C'è un report che nessuno ha avuto l'idea di commissionare ad una delle task-force al servizio del nostro Governo. Un dossier che dovrebbe portare Conte ed i suoi ministri ad imboccare la strada dei "decessi zero" associati a una possibile (e per nulla scontata) seconda ondata epidemica piuttosto che quella della divulgazione del terrore attuata veicolando il dossier dei possibili "centottantamila casi in terapia intensiva" clamorosamente sbagliato dal punto di vista statistico e matematico.
Un dossier che sembra spingere il Governo a una gestione che non tiene conto in alcun modo di quei fattori convergenti costituiti dagli errori "irripetibili" che con una "consapevole responsabilità" da parte di tutti consentirebbero di approcciare prudentemente a una fase 2 nella quale si dia innanzitutto la consapevolezza di aver studiato a fondo la lezione e poi, nel ringraziare i cittadini per la prova di maturità offerta, si sappia rassicurarli sulla gestione di una ricaduta o di una nuova ondata almeno paragonabile a quella di Paesi come la Germania, come la Corea o come Taiwan.
La terribile "fase uno"
Prima di spargere allarme e catastrofismo in una popolazione provata e impaurita da un lunghissimo lock-down, la task-force scientifica a servizio del Governo, come si conviene a qualsiasi entità chiamata ad analizzare un dato fenomeno avrebbe dovuto elaborare un report che stabilisse, statisticamente e in maniera analitica, quanti morti e quanti contagiati in meno avremmo avuto senza tutta una serie di errori (alcuni giustificabili, alcuni senz'altro dolosi) commessi da gennaio ad oggi.
Piuttosto che evocare le decine di migliaia di posti in terapia intensiva in caso di allentamento totale del lockdown bisognava, per esempio, porsi prima un'altra domanda. Relativa a quanti sarebbero stati i contagiati e i morti (in meno) se il dottor Pietro Poidomani il 7 gennaio, a Cividate al Piano in Lombardia, dopo aver riscontrato tante strane polmoniti, e sentito dire la stessa cosa dai suoi colleghi, avesse avuto in mano un protocollo con un numero di telefono da chiamare per far scattare un allarme sanitario.
Basterebbe questo punto, di una serie di dieci che abbiamo sintetizzato nella tabella a fianco, ad abbassare drasticamente il bilancio tragico e drammatico della prima ondata del Coronavirus. Non serve un matematico per realizzare che lasciare qualche decina di "strane" polmoniti in giro in quel territorio per una cinquantina di giorni (7 gennaio-22 febbraio, paziente uno di Codogno) abbia consentito di preparare al virus quel terreno fertile che ha in un attimo portato il conto dei contagi, tra sintomatici e asintomatici, a migliaia di infettati. Emersi rapidamente dal 22 febbraio nell'esplosione della "bomba" virologica della Lombardia. Determinando contemporaneamente il "tilt" del sistema sanitario lombardo, la strage di medici e infermieri, i contagi ospedalieri e l'impossibilità di gestire in maniera "programmata" l'emergenza.
Quantificando sempre in termini statistici di probabile riduzione del danno sarebbe importante contabilizzare il dato di quanti contagiati e deceduti si sarebbero potuti contare in meno se la prima fase fosse stata organizzata con ospedali e residenze per anziani blindate verso l'esterno, con reparti Covid distinti dai normali reparti ospedalieri e se soprattutto il personale sanitario (medico e infermieristico) non fosse stato mandato a combattere in prima linea senza le necessarie dotazioni di sicurezza.
Baterebbero questi tre punti, e ciò dovrebbe entrare bene anche nella consapevolezza di un Governo più intento a moltiplicare le consulenze che a studiare in maniera oggettiva ciò che è accaduto, a ridurre del 55/60% la portata di questo violento attacco al quale non abbiamo saputo o potuto rispondere. Lo dicono anche i numeri dell'Istituto superiore di Sanità che quantificano nel 44% i casi di contagio dovuti alle Rsa e all'11% quelli riferibili agli ospedali.
Tamponi, test e tracciamenti
Un report serio poi non potrebbe non tenere conto dei grandi assenti della prima fase. I tamponi. In tutta Italia sono migliaia i casi di persone infette che hanno dovuto aspettare giorni e vedere aggravate le loro condizioni di salute in attesa di un controllo. Moltissimi i familiari di pazienti ricoverati controllati solo dopo continue richieste di aiuto e assistenza. Anche qui entrano in gioco le famose linee guida iniziali. "No" tamponi per chi non manifesta in maniera evidente più di un sintomo. Raccomandazioni fallimentari che hanno prodotto i risultati con i quali continuiamo a fare i conti. E che gli scienziati chiamati dal governo hanno avallato in maniera acritica.
Non meno interessante almeno per la capacità di tracciare un perimetro e in chiave di monitoraggio continuo del territorio il discorso sui test seriologici. Sui quali, manco a dirlo, vige ancora molta confusione sulla presunta affidabilità dei vari prodotti in circolazione. Nel tragico bilancio della fase uno andrebbero tolte anche tutte le catene di contagio che un attento screening (da realizzare in collaborazione con imprese, scuole e università e con l'utilizzo dei laboratori privati e senza aumentare la pressione sulle strutture pubbliche) si potrebbe realizzare adesso che i test sembrano dare quelle risposte che all'inizio della pandemia non erano in grado di fornire.
Non si capisce, poi, come il mezzo più efficace e facilmente realizzabile, quello del tracciamento dei dati sia stato utilizzato in tempo reale in Cina, in Corea e nella piccola Taiwan e ancora non abbia trovato applicazione in Italia. A Taipei non c'è stato nemmeno bisogno dell'app. Il governo ha chiesto aiuto a Google e alle compagnie telefoniche per incrociare i dati delle persone messe in quarantena e controllare i loro spostamenti. Da noi, dopo novanta giorni, si litiga per la privacy, per il controllo dei dati e addiritttura si fanno riunioni per dargli un nome.
Le cure
Infine l'approccio terapeutico. La cui evoluzione tende ad essere nascosta o sottaciuta dalla comunicazione di regime. È un dato di fatto che migliaia di morti sono riferibili all'assurda prescrizione di lasciare per molti giorni a casa, senza tampone, gente con febbre alta giunta in ospedale compromessa o lasciata morire a domicilio. Ora tutti vengono curati in casa (con successo) ai primi sintomi. All'inizio si parlava solo di polmoniti interstiziali. Oggi si parla di due diverse patologie. Si sono notate trombosi e complicazioni vascolari. E ci sono cure (eparina e clorochina su tutte) che si rivelano decisive nelle situazioni più difficili. A Mantova si segnalano successi nelle trasfusioni di sangue iperimmune. Mentre proseguono decine di sperimentazioni in tutt'Italia. Successi ed evoluzioni di cui non c'è traccia nei dossier della paura.
Dietro alla confusa strategia di comunicazione di Conte & Co, alle decisioni caotiche e cervellotiche, al moltiplicarsi incontrollato di consulenze e task-force emerge con tutti i suoi probabili e pericolosi effetti quel tentativo di burocratizzare ancora di più un paese che da questa fase può uscire solo con la responsabilizzazione convinta della popolazione. Le norme, per ora solo sussurrate, che dovranno accompagnare la riapertura di negozi e ristoranti sembrano partorite da gente piombata sulla terra da Marte. Invece di prendere coscienza che i cittadini e le imprese per ora hanno dato tutto ciò che avevano, si continua a giocare sulla paura. Invece di promettere una guerra al virus che senza errori, e con la collaborazione (non la prigionia) di tutti, si potrebbe tentare di vincere senza spargimento di sangue.
Ma questo agli scienziati e ad un Governo senza coraggio non conviene né dirlo né prometterlo. Meglio e più facile giocare al "noi ve l'avevamo detto". Mentre il Paese sprofonda.