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L'intervista

Erica Milic: "L'accessibilità non è un adeguamento, è cultura"

L'incontro in redazione con la delegata provinciale del Comitato Paralimpico Italiano, Comitato regionale Lazio

Erica Milic: "L'accessibilità non è un adeguamento, è cultura"

Erica Milic nella nostra redazione

C’è una profondità d’animo che permette di andare avanti anche quando il percorso è complesso, che aiuta a credere nei progetti, in se stessi e nel valore di ciò che si fa. È quella spinta silenziosa che porta a dare senza attendere necessariamente qualcosa in cambio, a mettersi al servizio con convinzione e responsabilità. Erica Milic racchiude molte di queste qualità. Il suo mandato come delegata della provincia di Latina del Comitato Italiano Paralimpico, Comitato Regionale Lazio, va ben oltre il ruolo formale o la carica istituzionale: è l’espressione di una scelta consapevole, maturata nel tempo, che intreccia competenze professionali, sensibilità personale e visione sociale. Una passione nata anche attraverso esperienze di vita che l’hanno spinta a interrogarsi, a guardare oltre il proprio “naso”, come lei stessa ama dire e a trasformare difficoltà e fragilità in occasioni di crescita e impegno concreto. Nel suo percorso, lo sport diventa strumento di benessere, di inclusione e di costruzione di comunità, capace di incidere profondamente sulla qualità della vita delle persone e sul tessuto sociale di un territorio. Con Erica abbiamo avuto il piacere di confrontarci a lungo, andando oltre i ruoli e le definizioni, per provare a capire dove esistono davvero margini di azione, dove è possibile intervenire in modo efficace e dove, invece, è necessario un cambio di approccio culturale. Un dialogo aperto e sincero che apre a orizzonti nuovi, concreti e autentici sui temi dell’accessibilità e dell’inclusione, non solo nello sport paralimpico, ma nella visione complessiva di una provincia che ha ancora molto da raccontare e da costruire.

Erica Milic, grazie per aver accolto il nostro invito. Qual è oggi il ruolo del Comitato Paralimpico Italiano nella provincia di Latina e quali sono le principali priorità su cui state lavorando?
«Essendo delegata provinciale, è importante precisare che il mio ruolo si inserisce all’interno dell’organizzazione del Comitato Paralimpico Regionale Lazio. Rappresento il presidente regionale, Giuseppe Andreana e quindi il riferimento principale resta il Comitato Regionale. Attualmente siamo cinque delegati provinciali e, devo dire, questa è la mia prima esperienza in questo ruolo, ma fin dai primi mesi si è creato un gruppo di lavoro molto coeso. Il presidente è riuscito da subito a costruire una squadra affiatata, capace di lavorare in modo condiviso. Le attività che svolgiamo in provincia sono coordinate a livello regionale: ogni territorio ha le sue specificità, ma l’obiettivo è avviare progetti comuni, condivisi, che abbiano una visione unitaria. Questo lavoro di squadra è, secondo me, un requisito fondamentale in qualsiasi ambito e lo è ancora di più nello sport paralimpico. Va anche chiarita una distinzione importante: il Comitato Paralimpico Italiano a livello nazionale coordina lo sport di alto livello, mentre i Comitati Regionali hanno il compito di promuovere lo sport di base. Il nostro obiettivo principale è far avvicinare il maggior numero possibile di giovani – e non solo – alla pratica sportiva, creando le condizioni affinché chi lo desidera possa poi intraprendere anche un percorso di alto livello».
Come descriverebbe lo stato dello sport paralimpico nel territorio pontino, tra punti di forza e criticità ancora aperte?
«Dal punto di vista statistico e sociale devo dire che sono ancora in una fase di approfondimento: uno degli impegni che mi sono prefissata è proprio quello di conoscere il territorio nel modo più completo possibile. Tuttavia, grazie alla mia esperienza pregressa e ai primi mesi di attività come delegata, posso dire che nel nostro territorio esistono molte associazioni che svolgono un lavoro straordinario, soprattutto sul piano sociale. Spesso queste realtà operano in silenzio e le loro attività non vengono sufficientemente valorizzate, ma in realtà sono numerose e diffuse in tutta la provincia, da Aprilia fino al sud pontino. In questi mesi ho avuto modo di conoscere diverse associazioni, di entrare in contatto con nuove realtà – anche recentemente da altri Comuni – e la cosa che colpisce è la grande disponibilità e la volontà di collaborare. Il mio ruolo, in questo senso, è anche quello di raccogliere le istanze che arrivano dal mondo associativo e dalle famiglie, intercettare i bisogni e favorire l’incontro tra domanda e offerta sportiva. Molte associazioni vogliono promuovere lo sport paralimpico e aprirsi sempre di più alle famiglie e ai ragazzi che desiderano iniziare un percorso sportivo.
Quanto conta la dimensione locale, Comuni, scuole, associazioni, per costruire una vera cultura dell’inclusione sportiva?
«Moltissimo. Il Comitato Paralimpico Italiano, da solo, non potrebbe operare senza le associazioni, così come non potrebbe diffondere lo sport senza la collaborazione degli enti locali, delle amministrazioni comunali, degli enti di promozione sportiva, delle federazioni e delle famiglie. È un lavoro necessariamente condiviso. Ho avuto la fortuna, anche nel mio percorso professionale, di lavorare con federazioni ed enti di promozione sportiva, occupandomi di salute e sport. Questo mi ha permesso di sperimentare concretamente quanto la collaborazione sia determinante per ottenere risultati significativi. Le associazioni fanno già tantissimo, spesso con grande impegno e sacrificio, ma i cambiamenti più importanti, quelli strutturali e duraturi, possono nascere solo da un lavoro di rete. L’obiettivo è mettere insieme competenze diverse e costruire una visione comune».
Dal punto di vista dell’accessibilità, qual è oggi la situazione degli impianti sportivi nella provincia di Latina?
«L’accessibilità è uno dei temi centrali del mio impegno, non solo in relazione agli impianti sportivi ma in senso più ampio. Purtroppo, è ancora raro trovare impianti realmente accessibili. Spesso si pensa che eliminare alcune barriere fisiche sia sufficiente, ma la realtà è ben più complessa. Le disabilità sono molteplici e non riguardano solo l’aspetto motorio. C’è una crescente attenzione, anche da parte del Comitato Regionale Lazio, verso le disabilità intellettive e relazionali, che sono spesso più difficili da affrontare. Rendere un impianto sportivo realmente accessibile, significa tener conto di tutte queste dimensioni. Oggi questo avviene ancora troppo poco».
Esistono esempi virtuosi di impianti o progetti inclusivi nel territorio che possano diventare un modello replicabile?
«Esistono realtà virtuose, soprattutto grazie all’impegno delle associazioni che fanno praticare sport alle persone con disabilità e che, di conseguenza, utilizzano impianti adeguati o adattati alle esigenze specifiche delle attività svolte. Tuttavia, se parliamo di modelli pienamente replicabili, credo che ci sia ancora molta strada da fare. Un vero modello dovrebbe essere ineccepibile dal punto di vista dell’accessibilità per tutte le forme di disabilità. Oggi esistono normative che riguardano principalmente le disabilità motorie e sensoriali, mentre per quelle intellettive ci sono solo norme tecniche di riferimento, non obbligatorie. Come Comitato stiamo lavorando per promuovere una maggiore attenzione anche su questo fronte e uno dei prossimi impegni riguarderà proprio l’impiantistica sportiva».
Dal suo punto di vista di architetto, quali sono gli errori più frequenti nella progettazione o riqualificazione degli impianti sportivi in termini di inclusione?
«Uno degli errori più comuni è considerare l’accessibilità come un elemento accessorio, da aggiungere successivamente, invece che come parte integrante del progetto. Questo accade anche per aspetti apparentemente diversi, come l’illuminazione naturale o il comfort ambientale: elementi che dovrebbero essere pensati fin dall’idea iniziale. Spesso si progettano spazi rispettando solo le norme obbligatorie, senza tenere conto delle buone pratiche e delle norme tecniche di riferimento. Nella mia esperienza professionale mi è capitato di dover richiedere numerose integrazioni a progetti già approvati, anche per aspetti apparentemente banali come i servizi igienici, progettati senza una reale attenzione alle esigenze delle persone. Una buona progettazione dovrebbe coinvolgere tutte le figure interessate: tecnici, gestori, amministrazioni e, soprattutto, le associazioni e le persone che quegli spazi li vivranno. L’obiettivo non è creare spazi ‘adattati’, ma spazi pensati per tutti, in cui le differenze non emergano come ostacoli».
Perché è fondamentale pensare all’accessibilità come parte integrante della progettazione e non come un adeguamento successivo?
«Perché l’accessibilità riguarda tutti, non solo le persone con disabilità. La disabilità può essere temporanea, può riguardare i bambini, gli anziani, chi attraversa un momento di fragilità. Progettare spazi accessibili significa progettare spazi migliori per tutti. Questo richiede conoscenza e consapevolezza. Solo comprendendo davvero le difficoltà che una persona può incontrare nello spazio, si può progettare in modo efficace. Anche nello sport, il concetto di inclusione va oltre l’adattamento delle regole: esistono esempi di sport, come la pallavolo da seduti o l’equitazione, che permettono una pratica realmente condivisa, in cui persone con e senza disabilità possono allenarsi insieme».
Che impatto ha lo sport paralimpico sulla qualità della vita delle persone con disabilità e sulla crescita del territorio?
«Lo sport ha un impatto enorme, sia dal punto di vista fisico che mentale. Migliora la salute, l’autonomia, l’autostima e favorisce la socializzazione. Garantire a tutti la possibilità di praticare sport dovrebbe essere una priorità per chiunque si occupi di politiche sportive e sociali. Per questo è fondamentale il lavoro di coordinamento tra Comitato Paralimpico, associazioni e territorio. Il nostro obiettivo è anche quello di favorire la multidisciplinarità, offrendo alle persone la possibilità di sperimentare più sport e trovare quello più adatto alle proprie caratteristiche».
Quali sono gli obiettivi a medio-lungo termine per il Comitato Paralimpico nella provincia di Latina?
«Conoscere sempre meglio il territorio, mappare le associazioni, creare connessioni e favorire collaborazioni strutturate. L’idea è sviluppare progetti non solo locali ma regionali, condivisi tra tutte le province, in un’ottica di politica sportiva unitaria. Vogliamo costruire una rete che permetta alle persone con disabilità di accedere a più opportunità sportive, anche superando i limiti geografici, attraverso un’organizzazione che tenga conto anche degli spostamenti e dell’assistenza».
Qual è, secondo lei, il primo passo concreto per rendere la provincia di Latina un territorio davvero inclusivo attraverso lo sport?
«Il primo passo è valorizzare ciò che già esiste, ma allo stesso tempo ampliare l’offerta sportiva, promuovendo la multidisciplinarità. Ci sono sport molto praticati sul territorio – come la vela, il canottaggio, le attività legate all’ambiente naturale – che possono essere ulteriormente sviluppati e resi accessibili. È fondamentale far conoscere le diverse opportunità, mettere in rete le esperienze e creare le condizioni affinché chiunque, indipendentemente dalle proprie abilità, possa trovare uno spazio nello sport. Solo in questo modo si può costruire un territorio davvero inclusivo».

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