Un impero imprenditoriale milionario è finito sotto chiave, sequestrato dal Tribunale di Latina perché costruito riciclando denaro provento di condotte illecite nella compravendita di auto di lusso e fuoriserie, ovvero facendo leva sul trasferimento fraudolento di beni a fidati prestanome. Era la chiave del successo dell’autosalone VipMotors di via Mameli, smascherata da una scrupolosa indagine condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Latina attorno agli affari del quarantenne Alessandro Agresti, il regista di tutto. Ne è scaturita un’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Miliano che ha portato al decreto di sequestro preventivo disposto dal giudice per le indagini preliminari Barbara Cortegiano, eseguito ieri dai militari del Comando provinciale, quando sono scattati i sigilli per otto società attive nel settore immobiliare e nel commercio di auto di lusso, 19 immobili e quasi cento veicoli per un valore complessivo che si aggira attorno ai nove milioni di euro. Le aziende non chiuderanno, saranno gestite da un amministratore nominato dall’autorità giudiziaria.
L’operazione conta quattro indagati, a partire proprio da Alessandro Agresti, assistito dagli avvocati Gaetano Marino e Massimo Frisetti, indiziato insieme al padre Maurizio, alla moglie Mery Teresina De Paolis e al dipendente Cristiano Di Nuzzo, ossia gli amministratori delle società che in realtà servivano solo a mascherare il suo coinvolgimento. Perché era l’imprenditore in realtà a condurre la gestione delle aziende, come documentato dagli investigatori del tenente colonnello Antonio De Lise attraverso l’analisi di documenti, ma anche mediate intercettazioni telefoniche utili a svelare l’opera di controllo che Alessandro Agresti esercitava quotidianamente su ogni aspetto delle realtà aziendali.
Il quarantenne era già finito al centro di un’inchiesta analoga nel 2021, che si era conclusa però con le assoluzioni perché basata su intercettazioni autorizzate dal Tribunale per un altro reato. Il nuovo approfondimento investigativo ipotizza che all’origine del percorso imprenditoriale nel settore della vendita di auto, Alessandro Agresti abbia utilizzato i proventi delle estorsioni consumate ai danni di due donne che risalgono al 2012 e gli sono valse una condanna passata in giudicato, mascherati da un presunto prestito di 30.000 euro. Successivamente ha costruito una rete di società dedite alla compravendita delle vetture, intestate ai prestanome, sebbene l’indagine lo dipinga come l’unico vero dominus, tenuto conto che ogni decisione rilevante veniva presa da lui, soprattutto nella gestione economica, ma anche sulle linee commerciali, sulla scelta dei fornitori e soprattutto sulle trattative di vendita e sui rapporti con i clienti. Un impero costruito da zero: da giovane era molto amico di Renato Pugliese e Andrea Pradissitto, con i quali la frequentazione è stata documentata da controlli stradali delle forze di polizia, che a differenza sua hanno intrapreso percorsi diversi e sono diventati organici rispettivamente ai clan Di Silvio e Ciarelli, poi sono diventati collaboratori di giustizia. Amministrando l’impero imprenditoriale in maniera spregiudicata, Agresti era riuscito a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella compravendita delle vetture di lusso, assicurandosi costose supercar che in alcuni casi venivano anche noleggiate. Come dimostrano gli annunci online, i pezzi più pregiati dell’autosalone sono in vendita con valori stratosferici: 325.000 euro per una Porsche 992 GT3 RS, 310.000 euro per una Ferrari GTB, ma anche diverse Bentley e McLaren, altre Porsche e Ferrari, solo per citare quelle più blasonate. I proventi viziati dalle attività illecite gli hanno poi consentito di investire somme importanti anche nel settore immobiliare, sia con l’acquisto di case e negozi, che di recente attraverso la creazione di due apposite società, finanziate ciascuna con 100.000 e 50.000 euro. Tra le operazioni che gli inquirenti citano per provare l’auto riciclaggio, c’è la vendita di una costosa Mercedes Classe “G” da una società amministrata dallo stesso Agresti in favore di una intestata fittiziamente a Di Nuzzo con una spesa di 160.000 euro che gli investigatori ritengono fittizia, perché al registro automobilisti non risulta il passaggio di proprietà. In un altro caso la moglie riceveva un bonifico di 78.000 euro sul proprio conto personale, da una società da lei amministrata, con la causale “restituzione finanziamento infruttifero” che poi trasferiva di nuovo a una società intestata allo stesso marito. Operazioni, queste, che il giudice ritiene essere “meramente cartolari” perché non giustificate da alcuna transazione economica reale o comunque da prestazioni effettivamente dovute.