Cisterna, giudiziaria
13.01.2026 - 10:30
Dieci ore di attesa, poi il giudice La Rosa ha letto il dispositivo: il fatto non sussiste, assolto Giovanni Bernardoni. L’esito che la famiglia di Stefano Bernardoni proprio non si aspettava. Sapevano che l’eventuale pena non sarebbe stata di grossa entità, d’altronde anche la Procura (per voce del Pm De Luca appositamente presente in aula per chiudere il dibattimento) aveva chiesto una pena di “soli” 2 anni. «A noi della pena importa poco, a noi non interessa che lui vada in carcere. Da sempre, da quella maledetta mattina abbiamo chiesto a lui - all’imputato ndr - una cosa sola: ammetti la tua colpa, sappiamo che non lo hai ucciso volontariamente, sappiamo che è stato un incidente, ma non puoi prenderci in giro, nascondere la verità come hai fatto con il fucile». Giovanni era infatti accusato dell’omicidio colposo del cugino avvenuto nella prima mattina di una domenica d’ottobre nelle campagne di Cisterna. Erano usciti presto i due cugini, prima delle 7. Giovanni la licenza di caccia non l’aveva più, era scaduta. Ha sempre negato di essere presente al momento dello sparo, di aver imbracciato il fucile. Eppure intorno alle 9 è lui a chiamare il nipote della vittima, a chiamare anche i soccorsi. La famiglia, e così anche l’accusa, sospetta che si sia preso tutto il tempo per nascondere le tracce che avrebbero potuto incastrarlo, di aver atteso minuti interminabili e, forse, preziosi: «Chi ce lo dice - grida in lacrime la cognata della vedova - che se la chiamata fosse arrivata prima, qualcuno non avrebbe forse potuto salvarlo?». La difesa, gli avvocati Cammarano e Toti, hanno sostenuto da subito l’estraneità dell’imputato. Non basta - la tesi della difesa - che i due fossero usciti insieme. «Non può che essere stato lui» non regge senza prove. E a quanto sembra le prove in aula non hanno permesso di arrivare ad una condanna. «Mia sorella - che tra l’altro non si è nemmeno costituita parte civile ndr - chiede da anni solo una cosa: avrebbe voluto sapere le ultime parole del marito, se ha chiesto aiuto, se ha fatto il nome della moglie. Gli ha negato anche questo oltre ad un comportamento indegno. Stefano è riuscito a estrarre dei fazzoletti, forse per tamponare la perdita di sangue, non è morto sul colpo. Qualcuno lo ha lasciato morire così, da solo». Stefano venne raggiunto dai pallini all’emitorace. Era quasi sicuramente prono. Le due tesi vogliono che il colpo sia partito mentre lui era piegato sulla canna, l’altra che i pallini siano arrivati da qualche metro di distanza. In un primo momento si ipotizzò subito l’incidente di caccia autonomo, poi le indagini portarono a puntare il dito verso il cugino, con la licenza scaduta, ma che aveva ammesso di aver sparato un colpo con un fucile del cugino e non venne quindi sottoposto a Stub. La famiglia di Stefano - la moglie non era in aula, dopo otto ore di attesa, era tornata a casa - ha accolto la lettura del dispositivo con sorpresa e stupore, la cognata ha chiesto incredula al giudice se avesse sentito bene. «Non ci interessava una condanna esemplare, ma l’assoluzione proprio no...». Ora si attendono le motivazioni che hanno portato all’assoluzione.
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