Un avvocato di Latina di 56 anni, S.C. le sue iniziali, è indagato per concorso nel tentativo di estorsione aggravato dal metodo mafioso, insieme al 32enne Antonio Fusco detto Marcello, finito in carcere, e alla quarantenne Mirella Salvadori, destinataria della misura cautelare degli arresti domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Roma che ha fatto emergere il tentativo di boicottaggio della gestione giudiziaria del ristorante Giovannino di Foce Verde, successivamente al sequestro adottato nel febbraio dello scorso anno a carico del principale indiziato, vale a dire Fusco, tuttora a processo per i legami con gli esponenti di spicco della mafia apriliana.
L’indagine condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Latina aveva permesso di scoprire che Fusco e Salvadori, dopo il sequestro delle società che li aveva di fatto estromessi dalla conduzione del ristorante, occulta, del ristorante di Foce Verde, e in seguito all’avvio dell’amministrazione giudiziaria che iniziava a risollevare le sorti dell’attività, avevano avvicinato due dipendenti di Giovannino che ricoprivano ruoli cruciali nella gestione del locale e avrebbero cercato di convincerli ad assentarsi dal lavoro chiedendo un periodo di malattia. I due indagati si erano anche offerti di garantire, ai lavoratori del locale della marina di Latina, somme di denaro per il lasso di tempo in cui avrebbero percepito uno stipendio inferiore.
Entrambe le vittime dei tentativi di estorsione avevano dichiarato di essere stati intimoriti dall’atteggiamento di Fusco e Salvadori, prendendo tempo anziché fornire una risposta perché non intendevano accettare quella proposta, ma avevano paura di rifiutare. Non erano state pronunciate minacce esplicite, ma secondo gli inquirenti i principali indagati avevano agito facendo leva sulla contiguità di Fusco agli ambienti criminali apriliani proprio per incutere timore ai due dipendenti del ristorante con una «insistente opera di persuasione». Tant’è vero che, sebbene fosse stata Mirella Salvadori, a detta delle parti offese, a contattarle la scorsa primavera per la proposta di assentarsi dal lavoro, in un caso si era presentato anche zi Marcello in occasione di un incontro in un bar con una delle due vittime, sebbene questo avesse comportato per lui evadere dagli arresti domiciliari, misura cautelare alla quale era sottoposto all’epoca dei fatti proprio per il coinvolgimento nell’inchiesta sulla mafia apriliana che aveva reso di dominio pubblico il suo legame con i personaggi di spicco.
Secondo quanto riportato da uno dei dipendenti del ristorante vittima del tentativo di estorsione, insieme a Fusco e Salvadori quel giorno nel bar c’era anche un avvocato, un legale che curava gli interessi dei due e avrebbe contribuito all’azione persuasiva, cercando di convincere il lavoratore ad accettare la loro proposta. Dai primi riscontri, alla luce del riconoscimento fotografico, la parte offesa aveva indicato un professionista di Latina che all’epoca dei fatti assisteva Fusco, ma questo si è poi rivelato essere completamente estraneo alla vicenda, vittima a sua volta di uno scambio di persona. O meglio, inizialmente era stato destinatario della misura cautelare della sospensione di due mesi dalla professione, ma in sede di interrogatorio il primo avvocato indagato era riuscito a dimostrare l’estraneità ai fatti, ottenendo l’annullamento del provvedimento interdittivo. A quel punto era stata avviata un’appendice investigativa che ha permesso di identificare un altro avvocato, coetaneo del primo sospettato, anche questo in rapporti di lavoro con uno dei due principali indagati, ma per questioni civilistiche. La sua posizione ora è al vaglio della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma.