Chiesta l’assoluzione dalla Procura Generale di Perugia nei confronti del giudice civile del Tribunale di Latina Stefano Rocco Fava, ex pubblico ministero a Roma, condannato in primo grado a cinque mesi per accesso abusivo.
La pubblica accusa, rappresentata dal procuratore generale Paolo Barlucchi, ha chiesto l’assoluzione «perchè il fatto non sussiste». In primo grado era stato assolto dalle accuse di abuso d’ufficio «perchè il fatto non sussiste», oltre a quella di concorso in rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio insieme a Luca Palamara «per non aver commesso il fatto». La notizia è riportata dal Corriere del Giorno. Le assoluzioni non erano state appellate e il processo di secondo grado è relativo soltanto al ricorso di Fava per l’accusa di accesso abusivo. Nel procedimento, che vede parte civile il magistrato Paolo Ielo, Fava, all’epoca dei fatti era sostituto procuratore a Roma ed è accusato di essersi «abusivamente introdotto nel sistema informatico Sicp e nel Tiap acquisendo verbali d’udienza e della sentenza di un procedimento». Secondo l’accusa questo episodio è avvenuto per «ragioni estranee rispetto a quelle per le quali la facoltà di accesso era attribuita». Sempre secondo l’accusa, l’obiettivo era quello di «avviare una campagna mediatica ai danni di Pignatone, da poco cessato dall’incarico di procuratore di Roma e dell’aggiunto Paolo Ielo». Le parti civili hanno insistito nel corso del loro intervento della conferma della condanna, la difesa si è associata alla richiesta di assoluzione della Procura generale. Alla fine l’udienza in Corte di Appello a Perugia è stata rinviata a mercoledì prossimo quando sono previste le repliche e a seguire la sentenza. Nel luglio del 2024 il Tribunale di Perugia aveva assolto per non aver commesso il fatto l’ex consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura Luca Palamara e l’ex magistrato romano, Stefano Rocco Fava perché il fatto non sussiste dal reato di abuso di ufficio mentre era stato condannato a cinque mesi di reclusione, pena sospesa, per il reato di accesso abusivo al sistema informatico. Palamara e Fava si sono sempre proclamati estranei alle accuse. «Io non avevo alcun interesse a colpire nessuno, né interessi nelle nomine, né sugli incarichi. Né volevo fare alcuna “campagna mediatica”. Volevo solo adempiere ai miei doveri d’ufficio», aveva detto Fava nell’esame durante il processo di primo grado.