Il fatto
03.03.2026 - 10:00
La pubblica accusa punta di nuovo sulla credibilità dei tre pentiti della criminalità organizzata autoctona nell’Appello del processo Reset. Un concetto che viene sottolineato più volte nelle motivazioni dell’impugnazione firmata dal pubblico ministero Francesco Gualtieri e dove si ribadisce che dai «profili dei tre collaboratori di giustizia» emerge che «i tre siano tutti ampiamente meritevoli di una valutazione di piena credibilità». Il riferimento è a Renato Pugliese, Agostino Riccardo e Andrea Pradissitto.
Il pm sostiene tra l’altro che i giudici di primo abbiano omesso di «prendere nella dovuta considerazione l’ambiente sociale, storico e criminale nel quale le condotte in contestazione, concernenti il delitto associativo sono andate ad inscriversi, ambiente che avrebbe meritato ben altra valutazione sul piano motivazionale, in forza dei contenuti dei numerosi provvedimenti giudiziari passati in giudicato prodotti dal pm nel corso del dibattimento».
Viene censurata la mancata considerazione della ragguardevole biografia criminale dei tre pentiti e della loro conoscenza dell’ambiente, soprattutto quello del traffico di droga che è la finalità più importante contestata all’associazione che per la Procura adottava il metodo mafioso.
Il punto di fondo delle contestazioni è: i pentiti conoscevano benissimo gli imputati e hanno saputo, per questo, riferire, come prove, i fatti contestati. In specie Agostino Riccardo «ha affiancato nelle scorrerie criminali» Angelo Travali, principale imputato di Reset; e così Renato Pugliese in quanto figlio di Costantino Di Silvio Cha Cha è a conoscenza della Latina criminale e, nel caso di specie, del patto stretto nel 2013 tra il padre e, appunto, Angelo Travali, eletto «capozona».
Circa Andrea Pradissitto viene ricordato il suo pedigree maturato all’interno della famiglia Ciarelli, ciò gli diede modo «di acquisire agevolmente plurime confidenze sugli sviluppi delinquenziali nel territorio di Latina all’interno dei penitenziari ove, a partire dal 2010 e sino al 2021, si è trovato ininterrottamente ad essere detenuto».
In pratica il procedimento Reset è figlio del contesto ed è la derivazione di Don’t touch quanto alla ricostruzione di una presenza pervicace di malavita organizzata autoctona nel capoluogo pontino. Scrive infatti il pm: «è bene evidenziare come, in nuce, gli elementi raccolti nel corso dell’indagine ‘Don’t touch’ fosssero già dimostrativi dell’esistenza di un radicato sodalizio delinquenziale, al cui vertice si collocavano soggetti che manifestavano una evidente ed allarmante ambizione criminosa, la cui reale portata sarebbe stata successivamente delineata solo grazie al decisivo contributo dei collaboratori di giustizia Agostino Riccardo e Renato Pugliese».
Ma un’altra figura ampiamente scandagliata nelle motivazioni è quella di un testimone che ha in qualche modo scardinato il peso dei pentiti, Vincenzo Palaia. Si legge nella impugnazione del pm: «... è singolare che il Tribunale, a differenza di quanto fatto con il narrato dei collaboratori, abbia lapidariamente menzionato le dichiarazioni di Palaia per smentire quelle di Andrea Pradissitto, senza prendere in considerazione nel suo complesso la deposizione del teste, senza in alcun modo valutare l’evidente astio nutrito nei confronti del collaboratore e senza dare alcun peso alla lunga biografia criminale e alla conclamata assenza di qualsivoglia volontà collaborativa».
In pratica viene contestata la «fiducia» accordata alle affermazioni di Palaia rispetto al discredito dato ai pentiti. Il teste Palaia è stato molto tempo in carcere e lì avrebbe ricevuto confidenze di altri detenuti di Latina.
L’Appello della Direzione Distrettuale Antimafia include anche un approfondimento istruttorio molto rilevante, ossia le dichiarazioni di Johnny Lauretti, il trafficante di Fondi che si è pentito dopo il suo ultimo arresto, avvenuto a novembre 2024. Le dichiarazioni rese da Lauretti da collaboratore hanno consentito il rinvenimento di armi e svariate munizioni, nonché di molti oggetti preziosi che erano nella sua disponibilità diretta o indiretta, in quanto proventi delle attività illecite; il tutto per un valore di centinaia di migliaia di euro.
Secondo il pm l’attendibilità di Lauretti è suffragata da un episodio avvenuto subito dopo l’avvio della collaborazione, «accolta nel territorio di appartenenza da vari atti vandalici compiuti ai danni della sua abitazione di Fondi, tra cui anche un grave attentato incendiario».
Ma in particolare nelle dichiarazioni rese a giugno 2025 (quindi con il processo Reset ampiamente avanzato) Lauretti ha fornito elementi di conoscenza definiti «rilevanti» sul conto di Angelo Travali, Cristian Battello, Luigi Ciarelli, Salvatore Travali, Costantino Di Silvio detto Cha Cha, Dario Gabrielli, Manuel Ranieri, Alessandro Zof. Ritiene la Procura distrettuale che il pentito di Fondi «abbia avuto cognizione del potere criminale che i Travali erano riusciti ad acquisire nel capoluogo pontino, anche nel settore del traffico su larga scala delle sostanze stupefacenti.
«So che in quegli anni lui e il fratello Salvatore erano forti su Latina, comandavano loro e comunque facevano la loro parte. Sicuramente si occupavano di droga e non so se facevano anche estorsioni; ho avuto queste informazioni sia dalla cronaca, sia da miei amici». La prossima udienza di Appello è fissata per l’otto maggio.
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