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Il caso

Asta e minacce, la parte offesa ricostruisce l'incubo

Tra gli imputati nel processo anche Ferdinando detto Gianni Zagaglia Di Silvio. Ritorsione per un appartamento

Asta e minacce, la parte offesa ricostruisce l'incubo
«A casa ancora ci sono ripercussioni per le minacce che abbiamo ricevuto. Mia moglie ha perso fiducia in tante cose. Quella volta che sono venuti in due a casa a minacciare  si mise a piangere.  Ogni volta che li vedeva in casa piangeva. Sia io che lei eravamo preoccupati». È questo il passaggio di una testimonianza toccante e forte che descrive il clima di quei giorni di quasi tre anni fa e di quello che ha vissuto una vittima di una tentata estorsione per un appartamento a Latina comprato all’asta in via Attilio Regolo.  

Nel procedimento  gli imputati sono   Ferdinando, Gianni,  Di Silvio detto Zagaglia, Ignazio Gagliardo, Lucia e Patrizia Balestrieri. Il procedimento si è diviso in diversi tronconi.  L’accusa:  tentata estorsione con l’aggravante del metodo mafioso.  In aula nel corso di una lunga deposizione davanti al Collegio Penale -  composto dai magistrati Eugenia Sinigallia,  Gabriella Naldi e Roberta Brenda -  ha testimoniato una vittima che ha risposto alle domande del pubblico della Dda Francesco Gualtieri. Ha parlato per oltre un’ora dei fatti che risalgono all’estate del 2023 quando l’aggiudicatario dell’asta, al momento di prendere possesso dell’appartamento in via Attilio Regolo, a Campo Boario, un quartiere controllato dai Di Silvio, aveva subito i primi avvertimenti e una serie di pressioni sempre più forti. Secondo quanto è emerso e come ricostruito in aula,  Ferdinando Di Silvio detto Gianni Zagaglia, residente a poca distanza dall’abitazione aveva avvicinato l’uomo che si era aggiudicato l’appartamento.

L’obiettivo sarebbe stato quello di costringere la vittima a restituire l’immobile ai vecchi proprietari,  tentandolo di convincere a rivendere l’appartamento allo stesso prezzo di acquisto e quindi  a un valore inferiore rispetto al mercato. «Questa è zona mia mi disse Ferdinando Gianni Di Silvio, ricordandomi che mi dovevo comportare in una certa maniera. Mi ripetevano. ”Ci dai la buona uscita, mi dai 4500 euro e poi 4000”,   la buonuscita serviva per fare in modo che gente di Napoli non mi facesse male. Risposi che non avevo quei soldi e  gli dissi “guardate vendo  l’immobile e poi li ridarò». Il testimone ha riferito  di essere stato convocato per una serie di incontri dagli imputati sempre nello stesso bar nella zona .

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