L’immagine del cavallo che pascola nel campo di calcio a due passi dal centro della seconda città del Lazio rimarrà per sempre l’emblema del dominio della famiglia Di Silvio nella rete criminale di Latina e del suo potere di condizionamento sul sistema pubblico nonchè, indirettamente, sull’intera comunità. E’ stata scattata nel 2016, in un luogo abbastanza grande e urbanizzato, senza un contatto diretto con la malavita organizzata e alle prese «solo» con due famiglie rom ormai stanziali, guardate fino a poco tempo fa come si guarda un fenomeno folclorico. Invece, forse, non serviva recuperare il baio solitario nel campo di via Coriolano convocando una squadra di agenti della Forestale per comprendere quanto il territorio fosse già segnato dal clan Di Silvio. Insieme alla famiglia Ciarelli gli zingari stanziali di Latina sono stati sottovalutati e a lungo esclusi da tutti i rapporti sulla criminalità in provincia. Compaiono per la prima volta e in grande stile nel dossier 2016 dell’Osservatorio regionale che, a sua volta, fonda sull’esito dell’inchiesta «Don’t touch». Ed era già tardi, tardissimo. Per tutto quello che era già accaduto a Latina prima degli arresti dell’ottobre 2015 che hanno portato in carcere Costantino Di Silvio e i fratelli Angelo e Salvatore Travali, definiti artefici di una violenta associazione finalizzata alle estorsioni e per questo condannati in primo grado. Il secondo dei due fratelli era stato rintracciato dalla polizia in un appartamento dell’Ater occupato abusivamente e da quel momento l’Agenzia regionale delle case popolari ha dovuto ammettere che molti dei suoi alloggi a Latina erano nelle mani di membri della famiglia Di Silvio senza che vi fossero stati atti concreti volti a liberarli. E più o meno negli stessi mesi il Comune di Latina, gestito dal Commissario Barbato, si era accorto che il campo sportivo di via Coriolano, nel quartiere Campo Boario, veniva utilizzato dall’omonima società sportiva riferibile a Costantino Di Silvio detto Cha Cha e Gianluca Tuma (arrestati in Don’t touch) senza che nessuno dei due si fosse preoccupato di pagare le utenze, né l’ente le aveva loro chieste per la verità.
Non c’è storia «delicata» in questa città che non vada a toccare il gruppo Ciarelli-Di Silvio. Sembra una maledizione ma forse è solo un’abitudine. Così quando un noto avvocato di Latina e un altro nutrito gruppo di persone finiscono sotto inchiesta per una mega truffa spunta l’iter agevolato per la pensione di invalidità ad Antonio Ciarelli, ottenuto grazie ai favori del vicesindaco dell’epoca. Gli stessi anni in cui cominciava l’occupazione abusiva delle case popolari da parte dei Travali. Gli stessi in cui più acuta ed efficace si è fatta la violenza nelle estorsioni e l’usura praticata sempre dal gruppo Ciarelli-Di Silvio e sfociata nel processo Caronte, un procedimento rimasto impantanato per le rinunce degli avvocati della difesa e avviato solo dopo che il Presidente del Tribunale di Latina ha nominato d’ufficio i membri della Camera penale di Latina quali difensori. Lo stesso processo in cui i testi sono stati intimiditi dentro il Tribunale. Questa storia non è stata dimenticata, tanto che due mesi fa Lucia Aielli, uno dei giudici più autorevoli tra quelli che hanno lavorato sul territorio ha parlato di scarsa collaborazione degli avvocati in taluni processi. Ha generalizzato e ciò le è valsa la replica piccata del Foro, ma tutti sanno che le parole del giudice erano riferite a quel processo, a Caronte. Forse pure questo è soltanto il risultato finale della valutazione falsata e folclorica che si è fatta delle due famiglie rom. Se si volesse comprendere il perché delle «concessioni» di beni pubblici e servizi a membri di un clan sarebbe facile dedurre che probabilmente una famiglia così ampia produce tanti voti. Quindi la politica, parte di essa, avrebbe chiuso un occhio per via del peso elettorale. Ma non è risolutivo perché il condizionamento riguarda anche organi ultronei rispetto alla politica. Più semplicemente il clan in questa città è rispettato e temuto, al punto che per sgomberare le case popolari e la lunga serie di aree e immobili del Comune utilizzati come rimesse e stalle, è stato necessario firmare dei protocolli con la Questura quando sia l’Ater che l’amministrazione comunale dispongono di organismi interni e procedure per liberare i loro beni da occupanti abusivi.