Lo spaccato più vero del clima che respirava in Piazza del Popolo attorno alle questioni che riguardavano lo stadio Francioni viene servito su un piatto d’argento dalle intercettazioni telefoniche delle conversazioni che intercorrevano tra dirigenti e funzionari del Comune. E’ da quelle frasi registrate e adesso riportate nell’ordinanza del Gip Mara Mattioli che viene fuori lo stato delle relazioni politiche e personali che hanno imposto un regime di precedenza assoluta dei problemi dello stadio sul resto delle attività dell’amministrazione. La figura di Pasquale Maietta, l’onorevole presidente del Latina Calcio, emerge come quella di un despota capace di esercitare una forte pressione sul sindaco Giovanni Di Giorgi, che a sua volta stressava i dirigenti comunali mettendoli spesso in forte imbarazzo, perché chiamati a risolvere emergenze sulle quali non avrebbero in realtà potuto mettere mano.
«Maietta e la Cavicchi sono due teste di c... - sbotta un dirigente al telefono con una collega di un altro ufficio - ‘sti soldi se devono trovà - aggiunge riferendosi alle pressioni esercitate dal sindaco - quando sentiva Maietta non capiva più un c... Ma tu ti rendi conto che abbiamo tolto quattrocentomila euro per ristrutturare l’Albergo Italia per destinarli allo stadio!? Non gli bastano settecentomila euro che abbiamo speso già, capito?»
E in un’altra conversazione, un terzo dirigente comunale esprime tutto il proprio imbarazzo e grandi timori per quello che si vorrebbe imporgli di fare: «...non sto drammatizzando, non è nel mio stile, ma sto fuori su tutti i limiti finanziari, tutti! Limiti di cassa, di competenza, di patto di stabilità, stiamo andando fuori su tutto. Fino ad oggi ho inventato di tutto, anche le cazzate, ma adesso non ce ne ho più, ho finito anche quelle. Abbiamo superato i limiti di anticipazione... tra fondi vincolati e tesoreria sto in anticipazione di cassa di 49 milioni di euro, può bastare come dato?»
Emblematica e assai esplicativa è la replica dall’altra parte: «Quindi, se succede qualcosa, che ne so, a settembre si rompe una finestra, una cosa qualsiasi in una scuola, come facciamo? Mi preoccupo delle scuole perché del resto non mi frega niente». L’analisi che arriva dalla risposta a quelle preoccupazioni rende perfettamente l’idea della soglia su cui si era spinta l’amministrazione comunale alla vigilia della sfiducia al sindaco e dello scioglimento del Consiglio comunale.
«Non avendo avuto l’Ente cura di tutte queste cose... le scuole... si chiudono le aule. Si chiudono le scuole... si chiudono le palestre, si transennano le strade, si spengono le luci. Abbiamo dato la precedenza ad altro... prima di tutto viene lo stadio ed ecco, abbiamo fatto lo stadio».
Bastano queste considerazioni strappate a qualche telefonata tra dirigenti in affanno a spiegare quale arena fosse diventata l’amministrazione comunale del capoluogo e quali fossero i rapporti di forza politici che spingevano il sindaco a premere sui dirigenti di Piazza del Popolo, i quali a loro volta hanno spremuto finché hanno potuto qualsiasi risorsa per dare alla politica le risposte che voleva. E la consapevolezza della precarietà di quella situazione non è bastata a fermarli.