Molti hanno definito l’ex capo di gabinetto di Giovanni Di Giorgi, l’ex dirigente della polizia di Stato Gianfranco Melaragni, una «spia», insomma un uomo dei Servizi. In realtà di lui adesso si sanno solo alcune cose certe. La prima: aveva ottimi informatori, tanto che sapeva di essere intercettato e ad un certo punto comincia a insultare (letteralmente) il maresciallo dei carabinieri in ascolto; la seconda: era molto influente nella scelte di Giovanni Di Giorgi; la terza: era intimo amico dell’allora questore Alberto Intini; la quarta: non amava i giornalisti, tanto che consigliava caldamente al sindaco di sporgere querele in gran quantità. Nel descrivere il quadro della situazione in Comune e a proposito del capo di Gabinetto i carabinieri scrivono: «... si riassume anche la figura del capo di Gabinetto Melaragni Gianfranco, ex poliziotto. Il Di Giorgi si avvale del Melaragni che vanta una rete di conoscenze di elevata penetrazione in ambienti apicali istituzionali che lo informano delle indagini nei suoi confronti». E si evince infatti nelle intercettazioni, dove parla «oltraggiando la polizia giudiziaria». Ecco cosa dice: «...se il maresciallo che ascolta, prendesse nota bene di tutta la conversazione, non di parte di essa...(…) (…) parte di essa potrebbe essere strutturata e formare argomento per giustificare determinate cose... se invece viene presa tutta perdono tempo e se la prendono nel c...o compreso il maresciallo che ascolta... (…) (…)...no no se lo prende nel c...o perché perde tempo...»). Melaragni è descritto come uno «tutelato da una devianza istituzionale attraverso la quale riesce evidentemente a favorire le progettualità contaminate del suo gruppo politico di riferimento che sostiene schierandosi contro l’apparato investigativo che rivela l’esistenza di un’amministrazione collusa... Più esplicitamente non esita con l’indagato Pasquale Maietta nel promuovere un’interrogazione parlamentare per delegittimare la credibilità del Questore di Latina Giuseppe De Matteis che preannunciava l’esistenza nella città pontina di una malaffare corruttivo della dirigenza, insediato nell’edilizia ed altri settori favorenti i cosiddetti ‘colletti bianchi’».