Cinque anni e sei mesi, assoluzione per la guida senza patente (nel frattempo il reato è stato depenalizzato), una provvisionale per le parti civili di 150 mila euro, 8mila per le spese legali e un risarcimento da definirsi in sede civile.  E’ il dispositivo della sentenza di condanna a carico di Daniel Domnar, il giovane che il 26 dicembre 2013 a 23 anni, guidando un’auto contromano, senza patente, dopo aver assunto cocaina e alcol, causò l’incidente frontale in cui perse la vita Stella Manzi (9 anni) e in cui vennero feriti i tre fratelli e la madre. Morì anche il cagnolino di famiglia. Un processo che non doveva accertare la colpevolezza dato che lo stesso imputato era reo confesso, ma che doveva accertare se ci fossero o meno concause nel decesso della bambina. Sì perché da subito la difesa ha puntato su questa concausa legata al mancato uso dei dispositivi di sicurezza sostenendo quindi, una corresponsabilità della conducente, la madre della bambina. Un processo dai toni spesso forti in cui a darsi dura battaglia sono stati appunto l’avvocato della difesa Daniela Mazzocchi, e quello delle parti civili, Fabio Santaniello. Processo anche difficile in quanto la dinamica successiva allo scontro non è apparsa affatto certa. Tesi contrastanti: per l’avvocato della famiglia Manzi e stando al racconto dei testimoni la bambina sarebbe stata scaraventata contro il parabrezza. Le consulenze tecniche della difesa e del giudice invece, ipotizzerebbero che la bambina possa essere stata proiettata fuori dall’abitacolo e aver impattato contro l’asfalto. Si è dibattuto e contestato dalla parte civile che questa dinamica appare del tutto contrastante con l’urto frontale e la lieve rotazione della vettura in senso antiorario. Ma il punto focale della questione in fondo sembra essere l’avvenuta proiezione della piccola Stella. La difesa ha sostenuto che nessuno dei verbalizzanti e dei soccorritori ha annotato e affermato di aver visto seggiolini né cinture di sicurezza allentate o strappate. Stella, lo afferma lo stesso consulente del giudice, ma anche quello della difesa e dell’accusa, se fosse stata assicurata con le cinture non sarebbe stata proiettata né contro il parabrezza anteriore, né fuori dall’abitacolo.  Un punto fermo che apre per la difesa le porte della concausa. Della corresponsabilità di chi quella Panda la stava conducendo. La madre di Stella che certamente non è chiamata a rispondere di tutto ciò, ma il cui ruolo di fatto permette al giudice di ridurre una pena che, in molti, si aspettavano più dura. Anche perché la condanna a 5 anni e 6 mesi è di appena sei mesi più alta rispetto al patteggiamento che il giudice aveva deciso di rigettare.  In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza (90 giorni) si può ipotizzare che oltre alla concausa il giudice possa aver preso in esame anche l’attenuante dell’incensuratezza dell’imputato. Daniel giovedì ha preso la parola: dal giorno della prima udienza non aveva mai parlato. Quando ha iniziato a fare spontanee dichiarazioni la famiglia di Stella è uscita dall’aula. Si è detto dispiaciuto per la morte della bambina, si è detto vicino al dolore della famiglia, ma ha anche voluto sottolineare che per il primo, solo errore della sua vita è stato da anni additato come assassino.  La sentenza, come era prevedibile, ha scatenato la rabbia della famiglia. La madre ed il padre ieri non erano in aula. La prima volta. Impegni fuori regione, nulla a che vedere con il processo. C’erano due fratellastri di Stella che sono usciti dall’aula visibilmente contrariati e dispiaciuti. Si aspettavano una pena più severa e, probabilmente, sentire che di fatto la madre della bambina possa aver avuto una qualche responsabilità o possa aver in qualche modo contribuito al decesso, è stato difficile da metabolizzare.
Parole durissime, forse anche eccessive, ma dettate da una comprensibile (quella sì) rabbia esplosa non appena ha saputo della sentenza, le ha espresse la madre, Giannina, sul proprio profilo Facebook.

Ma sulla vicenda è intervenuta anche l'Associazione Vittime incidenti stradali sul lavoro e malasanità. "La vita umana non può valere solo cinque anni di carcere, soprattutto alla luce del fatto che chi ha posto fine con la sua condotta sciagurata alla vita di una bimba di nove anni, dopo essere stato posto agli arresti domiciliari si è reso irreperibile fuggendo all'estero".
Così il presidente dell'Avisl Domenico Musicco interviene sulla sentenza di condanna di Daniel Domnar, il pirata della strada che la sera del 26 dicembre 2013 sotto effetto di alcol e di droga uccise Stella Manzi.
"Purtroppo questa sentenza - spiega l'avvocato Musicco - dimostra che, nonostante l'introduzione della fattispecie dell'Omicidio Stradale, le pene non sono ancora congrue alla gravità del reato commesso.
In questo momento mi sento dunque vicino alla famiglia e vorrei esprimere il mio sostegno in particolare modo a Giannina, la mamma di Stella.
Vorrei quindi rivolgermi al Procuratore capo di Latina perché non appena vengano rese note le motivazioni di questa sentenza la Procura ricorra immediatamente in Appello per una pena più giusta di quella inflitta oggi".
Perplessità forti Musicco le esprime anche sulla condotta dell'imputato che non è stata tenuta nella giusta considerazione da parte del giudice.
"Il fatto che l'omicida so sia reso irreperibile per oltre un anno fuggendo all'estero avrebbe dovuto indurre il giudice a considerare tardivo il suo pentimento per un reato così odioso.
La vita umana, soprattutto quella di una bimba, non può valere solo cinque anni di carcere".