Due tesi contrapposte, a tratti inconciliabili; due ricostruzioni troppo diverse dell’affondamento del Rosinella adesso si fronteggiano nell’istruttoria in corso presso la Procura di Cassino che da dieci mesi tenta di capire come abbia fatto un’imbarcazione di 28 tonnellate a cadere in fondo al mare in pochi minuti.
Un altro corpo
E tutto questo senza che, apparentemente, abbia preso alcun colpo da altro corpo. Secondo le prime indiscrezioni trapelate sulla perizia del consulente della Procura, Giovanni Di Russo, il peschereccio avrebbe imbarcato acqua fino al motore perché una delle due bacchette d’acciaio del sistema di raffreddamento aveva problemi. Ma la famiglia non crede fino in fondo a questa ricostruzione e si tratta di persone del settore: il Rosinella infatti era armato dalla moglie di Giulio Oliviero, assistita dall’avvocato Vincenzo Propenso, che ha già annunciato controdeduzioni alla relazione. Cosa non convince? Ci sono più elementi contrastanti in questa storia.
Le reti a strascico
La barca di Oliviero praticava pesca a strascico che, per prassi termina alle 17 nel Golfo di Gaeta; le condizioni in cui sono stati trovati i tiranti d’acciaio delle reti (a 90 gradi esatti) fanno supporre che la battuta con le reti a strascico fosse in corso anche all’ora dell’affondamento, ossia alle 21.50, ora in cui si sono fermati tutti gli orologi di bordo. Ma se si stava lavorando è pressoché impossibile che né il comandante, né i due marinai, Khalifa e Saipeddine Sassi, che lo aiutavano, si siano accorti di nulla mentre il Rosinella imbarcava acqua nel motore fino al punto da farlo affondare. E comunque non si spiega perché nessuno dei tre, dopo aver visto che non c’era più nulla da fare, si è buttato in mare per salvarsi.
Effetto sorpresa
C’è nella morte dei tre pescatori un «effetto sorpresa» che non ha lasciato loro scampo e che non è stato ancora spiegato. Se il motore di quel peschereccio, considerata la stazza, avesse imbarcato acqua, per affondare avrebbe impiegato non meno di quaranta minuti, un lasso di tempo nel quale perlomeno qualcuno tenta di andare nel vano del motore. Invece i due marinai tunisini, padre e figlio, stavano dormendo e il comandante non era in sala macchina. Il corpo come si sa è stato ritrovato solo a ottobre 2016, a quattro mesi di distanza dall’affondamento e ben due giorni dopo il recupero del relitto, nonostante lo scafo fosse stato ispezionato appena arrivato in superficie dagli uomini della capitaneria di Porto di Gaeta.
I cavi tesi
Ciò che lascia spazio ai dubbi è comunque la condizione di tensione dei cavi che tengono le reti per la pesca a strascico perché nel caso in cui quelle reti dovessero essere urtate da un altro corpo proprio quella tensione provocherebbe l’affondamento quasi immediato. Le reti da strascico del Rosinella erano in fondo al mare e una distanza anch’essa poco giustificabile dall’imbarcazione, come se qualcosa le avesse spostate, trascinate appunto. E pure su questo punto esisterebbe una seconda versione perché dentro le reti che erano sui fondali è stato ritrovato un rastrello di quelli che si usano per la pesca dei crostacei, non in dotazione al Rosinella. Quindi un altro peschereccio in epoca successiva all’affondamento avrebbe spostato quelle reti e in questo caso si confermerebbe che il peschereccio è affondato per cause endogene e solo dopo le reti sono state spostate.
Chi altro c’era
L’area in cui è avvenuta la tragedia il 19 aprile del 2016 si trova a otto miglia sud est di Punta Stendardo di Gaeta ed è zona di esercitazioni militari che, però, per protocollo si tengono nelle ore serali quando la pesca è sospesa. Questo per prassi. Al momento non è noto se la Procura di Cassino sia in possesso delle carte nautiche sul traffico di quella sera nella zona dell’incidente né se verranno richieste.