Se un militare, impegnato in aree dove sono stati utilizzati proiettili all’uranio impoverito e che ha svolto attività che lo hanno esposto a onde elettromagnetiche, viene colpito da una malattia dell’apparato immunitario, non è lui a dover dimostrare che quella patologia è stata causata dall’attività svolta, ma il Ministero della difesa eventualmente a dover provare il contrario. A sancire tale principio, che conta ben pochi precedenti in giurisprudenza, e a ridare speranza a un giovane di Formia di poter ottenere qualche indennizzo è stato il Tar di Latina.
Il militare formiano, 37 anni, è entrato nell’Esercito quando ne aveva soltanto 17, un caporalmaggiore specializzato in telecomunicazioni, che è stato in forze presso i comandi di Sora, Roma e Civitavecchia. Il giovane, dopo aver preso parte a missioni di pace in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, è rimasto vittima di una malattia dell’apparato immunitario, una sarcoidosi polmonare con interessamento renale in fase di remissione. Il militare ha quindi chiesto il riconoscimento dell’infermità per una patologia dipendente da causa di servizio e il riconoscimento dell’equo indennizzo. La richiesta, però, è stata respinta dal Ministero, sostenendo che la malattia sarebbe stata legata a un “meccanismo ereditario” e che il servizio doveva “essere escluso come possibile fattore causale o concausale efficiente e determinante”.

L'articolo completo in edicola con Latina Oggi (18 marzo 2017)