Si è aperto solo un sipario virtuale sul teatro di Latina, fatto di discussioni e proposte a luci spente, dal momento che per vederlo aperto e attivo, dopo le ulteriori prescrizioni contestate dai vigili del fuoco sulla Scia anti incendio, ci vorrà ancora molto. Un dibattito vivace che ha registrato iniziative ampiamente criticate, come la petizione promossa da Lbc a sindaco, Prefetto e comandante dei vigili, ma che sta avendo il merito di rimettere al centro della scena locale le politiche culturali della città. E se l'assessore Silvio Di Francia ha chiesto a tutti di aprire «una discussione franca e libera dai condizionamenti legittimi, ma angusti, della contrapposizione politica, perché è proprio del confronto culturale aprire spazi di discussione liberi», il primo a non sottrarsi a questo invito e ad una riflessione ampia è il consigliere regionale Enrico Forte, esponente del Partito Democratico ma anche rappresentante istituzionale in Regione di un territorio che non riesce a fare della cultura una risorsa.

Forte, il Pd ha chiesto le scuse di Coletta sul teatro definendo ridicola la petizione promossa da Lbc per chiederne la riapertura, anche lei è così critico sulla gestione del Palacultura?
Non si può non essere critici, è un problema di metodo. Coletta è passato all'opposizione di se stesso se si pensa che Lbc scrive al suo sindaco dopo 4 anni e mezzo chiedendo di far riaprire il teatro, una iniziativa surreale. Ci troviamo di fronte ad una gestione maldestra della vicenda che, in verità, nasce dai tempi del commissario. Anche lì le scelte non furono proprio lineari e la gestione commissariale è intervenuta causando una serie di danni come quello della riduzione del palcoscenico. La verità è che su questo argomento non si è centrato il nocciolo della questione.

E quale è il nocciolo della questione?
Che non si è parlato in questi anni di cosa fare del teatro e di come riempirlo, ancora prima di capire come renderlo sicuro si sarebbe dovuto ragionare su come gestirlo e come renderlo vivo e centrale nell'ambito delle politiche culturali della città. Per prima cosa più che di un teatro dobbiamo parlare di casa della cultura, di uno spazio aperto al mondo della cultura e all'associazionismo che non vive solo delle rappresentazioni teatrali di un cartellone, ma deve essere fruibile tutto l'anno e utilizzato nelle sue diverse forme e in maniera compiuta. Perché si parla solo della sala grande, ad esempio, e poco o nulla del teatro Cafaro che con meno di 600 mila euro poteva essere ristrutturato e vivere di una vita autonoma? Io poi ritengo che i sindaci in passato, criticati da questa gestione, si siano invece assunti una precisa responsabilità tenendo aperto il D'Annunzio. E quella è stata una scelta che in passato ha permesso di mantenere aperto il teatro. Se chi amministra la cosa pubblica non vuole assumersi oneri o responsabilità perché ha timore di una autorità pronta a sanzionarla, succede quello che vediamo oggi, un blocco che non sappiamo quando sarà risolto.
Dunque lei ritiene che si poteva seguire una percorso diverso per ottenere l'agibilità del teatro?
Sì anche perché il tema non è l'agibilità del teatro, ma la messa in sicurezza. Rispetto alle prescrizioni è stata scelta una strada irrituale, quella dello scontro aperto tra Comune e vigili del fuoco, tra i paladini della legalità e quelli che vogliono impedirla. Si tratta di una contrapposizione che Lbc alimenta su tanti settori, ma che non giova alla città. Anche per questo la petizione per riaprire il teatro era un abbaglio.
Erano le associazioni, le compagnie teatrali, i fruitori della struttura che andavano interpellati per chiedere loro cosa fare del teatro. La petizione invece, così come è stata posta da Lbc, mi è sembrata una operazione di facciata, di propaganda politica.
A proposito dei fruitori del teatro, sulla gestione della cultura targata Coletta ci sono stati diversi punti di vista, dal regista Gianfranco Pannone che ha elogiato iniziative dell'amministrazione come quella di Lievito, ad attori come Clemente Pernarella che sono stati molto critici. Melania Maccaferri, Clemente Pernarella e Stefano Furlan hanno detto che la politica culturale degli ultimi cinque anni è stata troppo orientata a realtà semiamatoriali e «legata ad un associazionismo nemmeno troppo effervescente che altrove in città simili alla nostra rappresenterebbe una risorsa ma non certo l'obiettivo principale strategie culturali.

Lei che ne pensa?
Che hanno ragione loro perché la Casa della Cultura deve essere in primis un centro di produzione teatrale, il luogo per far esprimere le realtà locali. Basti pensare che il Comune nel primo anno di mandato ha messo in bilancio ventimila euro per la cultura. Non condivido, invece, il punto di vista di Gianfranco Pannone perché l'amministrazione comunale è rimasta prigioniera del modello Lievito, sono rimasti a quella che era una lodevole attività privata ma che non può esaurire in se stessa la politica culturale di una città. La cultura deve essere un fattore di sviluppo sociale ed economico, è cura della città in tutte le sue forme, non può essere affidata ad attività estemporanee per quanto valide. Lbc nelle sue attività non è riuscita ad operare un salto di qualità e non si è resa conto che stava amministrando tutta la città e non una parte di essa. Lo schema è sempre stato quello, ombelicale, dell'inizio dell'esperienza civica: Rinascita Civile, Lievito e poi Latina Bene Comune sono state una parte che ha permesso loro di vincere le elezioni, ma restare prigionieri di questa parte non ha permesso loro di assumersi le responsabilità e l'onere di governare tutta la città. Le uniche risorse vere impiegate nella cultura della città sono stati gli 830mila euro messi in questi anni dalla Regione per questo settore e intercettati dal Comune attraverso alcuni bandi. Mi ripeto e mi spiego meglio: il modello di riferimento non può essere lo spettacolo fatto nei giardini comunali, oppure il Bagaglino invece che le compagnie teatrali di Latina, o la Notte dei Gatti, sono riferimenti troppo fragili. Questa estate possiamo invece ringraziare i privati per alcune iniziative lodevoli e di qualità, dal concerto di Mario Biondi all'arena di San Francesco, fino ad arrivare alla presentazione di libri fatte sul litorale.

Latina ha un assessore alla cultura, ha colpe in questo quadro che lei descrive?
L'assessore Silvio Di Francia, ha una responsabilità: doveva imporsi maggiormente perché è uomo di cultura che ha grande esperienza in questo settore, ha fatto l'assessore con Veltroni e il capogruppo con l'amministrazione Rutelli. Io credo che abbia subìto troppo i diktat dell'amministrazione Coletta e il peso della burocrazia comunale e della tecnostruttura che ha un ruolo non secondario nella mancata riapertura del teatro.