Nicola Calandrini affronta di muso la corrente impetuosa del momento, mostrandosi cauto e freddo anche laddove il nervosismo sarebbe d'obbligo. Al centro la delicata questione della scelta di un candidato che sia capace di tenere insieme tutte le anime del centrodestra pontino: una montagna da scalare, ma il senatore si presenta con la tenuta di chi si prepara per una passeggiata.

Senatore, non cominciamo a parlare senza il nome di un candidato.
«Allora taccio. Se invece posso parlare, l'approccio e la cornice di riferimento sui candidati sindaci italiani è che c'è Napoli dove Maresca si è autocandidato e c'è Coletta a Latina che si ripropone. Roma? Il centrosinistra ha più candidature in campo mentre il centrodestra non ne ha ancora. Dire che Latina sia in ritardo è un errore. Ammetto che le vicende romane influenzino anche le province del Lazio, ma non abbiamo vincoli né siamo dipendenti da primati si paternità sulla candidatura. Serve un cittadino che sia di riferimento per la città, per l'area moderata che lo dovrà sostenere e auspicabilmente per la comunità intera dei cittadini. Se oggi dovesse scendere in campo un candidato, cosa potrebbe fare con le limitazioni ancora in atto per il Covid? Coi mezzi che si hanno a disposizione oggi è sufficiente un mese per far conoscere a tutti un candidato e il suo programma».

Dicono che il vero motivo della stasi sulla scelta del candidato sindaco del centrodestra a Latina sia il tappo imposto dal suo partito, Fratelli d'Italia, che vuole prima sapere di chi sarà espressione il candidato del centrodestra per Roma. E' vero?
«No, non è vero. Noi di Fratelli d'Italia, come anche gli altri della coalizione, cerchiamo il candidato migliore e su quello siamo pronti a ragionare e confrontarci».

E da sei mesi a questa parte non siete ancora riusciti a trovare la figura giusta?
«No. Ma abbiamo trovato il metodo, che è quello di capire se è più corretto prendere un consigliere comunale e lanciarlo nell'arena oppure se possiamo uscire dal recinto dei partiti. Personalmente non sono convinto che il candidato debba essere necessariamente un consigliere comunale, né mi appassiona la querelle "civico o politico". recentemente in una riunione a Roma abbiamo messo sul tavolo i migliori nomi del nostro partito, e lo stesso hanno fatto gli altri. Tutti saranno sottoposti a un confronto sereno e speriamo costruttivo».

Ma almeno un progetto condiviso e già elaborato il centrodestra ce l'ha?
«Intanto siamo d'accordo sulla necessità di superare tutte le incompiute che ci sono in città, dal rilancio del centro storico alla ricerca di imporre un modello di città universitaria. Vanno certamente ripescate alcune idee che erano state promosse dall'amministrazione Zaccheo e che sono ancora oggi condivisibili. Per ragionare in termin idi sviluppo la citt àdeve guardare avanti nell'ottica di quell oche sta accadendo nel Paese con il p»iano nazionale di Sviluppo e Resilienza, quindi dobbiamo pensare alla portualità, al turismo, al rilancio della marina, all'università. E mi fermo, perché non c'è bisogno di mettere troppa carne sul fuoco. Se dovessi dire qual è il simbolo del fallimento dell'amministrazione Coletta è la chiusura del teatro D'Annunzio, le cui porte continuano e rimanere sbarrate mentre i cinema e i teatri di tutta Italia hanno riaperto i battenti. E poi la chiusura del Consiglio comunale, che si svolge da remoto ormai da 13 mesi. Sono un parlamentare e non ho mai smesso di frequentare Palazzo Madama, il luogo deputato al confronto dei senatori. Coletta vuole arrivare al voto senza riaprire, senza confrontarsi con l'opposizione, e questa è la sua idea di democrazia partecipata».

Lei è il leader provinciale di un partito che anche se ha molti seguaci e promette di avere molti consensi, non ha un sindaco in provincia. Pensa di essere davvero dirimente in seno alla coalizione di centrodestra?
«Torno al discorso del metodo. A Terracina la Tintari ci era sembrata la figura migliore da candidare e l'abbiamo sostenuta benché fosse espressione del civismo e malgrado l'amministrazione uscente fosse quella di Nicola Procaccini di Fratelli d'Italia. Per me deve vincere il migliore».

Secondo lei stavolta il migliore potrebbe essere Vincenzo Zaccheo?
«Zaccheo è una risorsa, è parte della comunità, la sua memoria storica è un patrimonio, ma in questa fase ciascuno è giocatore alla pari degli altri».

Come ci si sente a stare fuori da uno scandalo come questo dei concorsi alla Asl? Ne farete materiale per la vostra campagna elettorale?
«E' un fatto eticamente gravissimo perché ci sono migliaia di candidati che hanno studiato molto e si sono preparati per sostenere un concorso con il quale speravano di poter ottenere in modo legittimo un posto di lavoro, e che invece sono stati traditi dalla politica. Chiediamo sia fatta chiarezza sia su chi ha agito materialmente sia su chi ha offerto coperture politiche. restiamo garantisti, non facciamo fughe in avanti, ma non possiamo davvero non domandarci se il Presidente di una commissione d'esame possa conoscere tante persone, in ogni angolo della provincia, o non sia stato piuttosto dirottato qua e là su richiesta di una forza politica che in questo caso è il Partito democratico».

E a proposito di scandali, è di questi giorni la disavventura giudiziaria in cui è incorso il vicecoordinatore cittadino del suo partito, l'avvocato Luigi Pescuma. Qualcosa da dire?
«Siamo di fronte a un fatto professionale, avulso dal contesto dell'inchiesta sullo sfruttamento di braccianti agricoli. La condotta contestata attiene esclusivamente al ruolo di difensore che l'avvocato stava esercitando in favore di un cliente».

La sua esperienza di candidato sconfitto al ballottaggio nelle elezioni amministrative del 2016 quale suggerimento Le farebbe dare al centrodestra sugli errori da non commettere per il prossimo appuntamento con le urne?
«Suggerirei ai miei compagni di coalizione e a me stesso di non commettere l'errore di scegliere un candidato che sia rappresentante di un partito anziché della coalizione. E' la lezione che ho tratto dalla mia esperienza: serve una squadra».