A loro piace chiamarlo «il tavolo», e quello di ieri pomeriggio era il tavolo regionale al quale si sono incontrati i dirigenti politici di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia, per dirimere l'ormai aggrovigliatissima questione della candidatura a sindaco di Latina, sulla quale al momento c'è una sola certezza: il nome dovrà tirarlo fuori la Lega, e nello specifico Claudio Durigon.

Ma il fatto è che il sottosegretario al Ministero per l'Economia e le Finanze di nomi fino a ieri ne aveva più d'uno, e qualcuno non è quello giusto. Forse addirittura nessuno di quelli che propone è quello giusto, però il tempo stringe davvero, e volente o nolente bisognerà prendere una decisione molto in fretta, rischiando di accontentare pochi nel centrodestra, oppure di scontentarne molti.

E tra le due cose l'alternativa non è allettante.

Martedì, l'altroieri, Durigon ha incontrato Vincenzo Zaccheo a Roma, e il giorno precedente, lunedì, i due si erano visti a Latina; oggetto del loro scambio è stata la possibilità di una candidatura dell'ex primo cittadino come rappresentante del centrodestra di Latina unito.
Durigon deve avere incontrato qualche veto da parte dei promessi alleati Nicola Calandrini e Claudio Fazzone, oppure ha fiutato l'aria da solo, arrivando alla conclusione che proporre il nome di Zaccheo equivarrebbe ad ammettere di non avere a disposizione niente di nuovo da offrire a un elettorato perennemente alla ricerca di nuove facce e nuove soluzioni da sperimentare, anche a costo di andare a sbattere contro un muro in nome del cambiamento, della novità, dei repulisti e dei tagli netti col passato. Latina viene da questa esperienza, ma pare che nessuno abbia il coraggio di rivendicare il primato della politica sul civismo, e la necessità di avere figure di esperienza al timone di comando piuttosto che un beneintenzionato a digiuno delle difficoltà dell'amministrazione di una città importante come Latina e poco avvezzo a destreggiarsi nel campo minato della politica. Ma tant'è. Vincenzo Zaccheo adesso non va più bene, e ieri pomeriggio, liberatosi da promesse e impegni più o meno datati, Claudio Durigon ha speso al «tavolo regionale» un solo nome, senza figure di riserva o possibili alternative, quello di Giovanna Miele, che resta saldamente in pole position nei desiderata del leader provinciale della Lega, benché la stessa Miele non sia riuscita a bucare lo schermo del gradimento degli altri due partiti della coalizione ancora tutta da consacrare. Anche ieri a Roma, Fratelli d'Italia e Forza Italia hanno opposto il loro mancato gradimento per la candidatura della Miele, ritenendo non si tratti, come era nei patti, di una figura civica, terza rispetto ai tre partiti che vorrebbero coalizzarsi intorno a un candidato buono per tutti, o come va di moda dire adesso, condiviso.

Le resistenze all'interno di Forza Italia e Fratelli d'Italia verso l'ipotesi di una candidatura di Giovanna Miele non sonomai state un segreto per nessuno, al pari di quelle verso Vincenzo Zaccheo. Ragione per la quale Claudio Durigon, che per togliersi d'impaccio ha già annunciato che quello risolutivo sarà il «tavolo nazionale» convocato per lunedì, ha comunque deciso di mostrarsi fermo e convinto nel sostenere di fronte a tutti gli interlocutori che il nome giusto per questa tornata amministrativa è quello di Giovanna Miele. Costi quel che costi.

Cosa potrà costare un eventuale errore nella scelta del candidato sindaco di Latina? Intanto una campagna elettorale di veleni e guerre interne allo schieramento moderato, e forse addirittura la stessa poltrona intorno alla quale è nata e si avvia a conclusione questa complicata, infinita e poco esaltante ricerca di un nome cui affidare il compito di rispedire a casa Damiano Coletta e regalare al centrodestra la restituzione di quello che ha sacrificato cinque anni fa in nome della divisione.
Ma le lezioni non sembrano mai abbastanza efficaci, perché anche stavolta la ricerca dell'unità sembra essere l'ultimo dei problemi del centrodestra, che apre abbia dimenticato che la somma delle due liste del 2016, quella di Calandrini e quella di Calvi, arrivava al 57% dei voti espressi nel capoluogo. Abbastanza per portare il centrodestra in Comune al primo turno.
Riproporre quello scenario significa correre verso un'altra sconfitta.