La stretta finale arriva martedì per il centrodestra perché dal tavolo nazionale dovrebbe esserci la parola definitiva per chiudere la partita su Latina, un capoluogo di provincia nevralgico, dove Giorgia Meloni si prepara a fare il suo intervento venerdì, nel quale ancora manca il candidato sindaco del centrodestra. Sembra tramontata la prospettiva del candidato civico e il campo sarebbe fortemente ristretto al novero dei nomi politici già proposti dai partiti. In particolare in queste ore si fa strada l'ipotesi più accreditata di una scelta in capo alla Lega che spinge per la titolarità della sua opzione (al momento incentrata su tre ipotesi, Giovanna Miele, Vincenzo Zaccheo e sembra un terzo politico di cui si sta valutando la caratura), anche se sono salite le quotazioni di Matilde Celentano, voluta da Fratelli d'Italia con l'ok convinto di Nicola Calandrini, mentre per Forza Italia resta sul tavolo il nome di Alessandro Calvi.

Al di là, però, del nome che uscirà e su cui ancora si cerca una quadra faticosa che non arriva è di tutta evidenza che l'immagine che il centrodestra sta offrendo all'elettorato è pessima: quella di una coalizione zoppicante che non riesce a trasformare una unione solo sulla carta in una proposta univoca che faccia sintesi di tutte le posizioni e quella di uno squadrone indebolito già al nastro di partenza nel quale il nome da proporre per guidare la città e offrire una alternativa a Damiano Coletta è solo materia e interesse di partito slegato dalle capacità e competenze tarate sulle esigenze di un territorio. Anche il fatto di arrivare a forzare l'intervento regionale nazionale mostra l'inconsistenza di un tavolo locale nel quale i partiti non hanno saputo superare le loro contraddizioni interne e i leader non hanno saputo essere in alcun modo incisivi. Un quadro nel quale, è bene ricordarlo, non c'è traccia di una proposta per la città, di programmi non si parla, si è ancora all'Abc della campagna elettorale e senza un candidato, nella speranza, forse, che le elezioni slittino ancora. In questo scenario va ricordato anche che la città di Latina, che è stata considerato a lungo un laboratorio politico del centrodestra, ha cambiato pelle, un processo iniziato con la vittoria di Coletta e agevolato da tutto quello che il centrodestra non ha fatto in questi anni a partire dal valutare e soppesare gli errori compiuti già nella competizione del 2016. Oggi la concezione di Latina laboratorio della destra è retrocessa a laboratorio dell'opportunismo delle seconde, terze e quarte file con un depotenziamento progressivo e inarrestabile.

Le parole di Giovanna Miele erano state dure ma chiare e aderenti alla situazione: «Il bailamme scatenato attorno alla mia persona in alcune esternazioni lette e sentite non mi appartiene – aveva scritto nella lettera alla città - non è nelle mie corde e soprattutto mi porta a profonde riflessioni. Persone che per cinque anni sono state indifferenti a quello che accadeva in comune e nei consigli comunali oggi hanno riscoperto di essere loquaci, risvegliate da un profondo letargo. È stato curioso vedere e leggere di chi si affanna ad arrestare il rinnovamento nel centrodestra per paura di perdere posizioni di rendita». Ecco, il vero problema è che non si sono create in alcun modo le condizioni per questo rinnovamento perché quelle posizioni di rendita sono ancora il convitato di pietra presente al tavolo di chi deve decidere, quanto di più lontano dal sentire di una società già fin troppo delusa dalla politica e dai suoi giochi. E oggi il centrodestra tutto, rischia di pagarne ancora il prezzo.