«Non fermare il cambiamento». In questi giorni Lbc si rivolge così ai cittadini, con uno slogan che ha il sapore dell'ultimo appello giocato sui toni del paternalismo. Ma è davvero così? La scelta è tra una città che torna al passato e alla decrescita incosciente e una che stava cambiando e vuole continuare a farlo? Lbc prima di gettarsi a capofitto in questo battage elettorale chiedendo di scegliere tra prescritti e innocenti, affaristi senza scrupoli e virtuosi del bene comune, ha analizzato il voto e la risposta dei numeri e delle urne, traducendo in riflessione gli umori della città che vuole tornare a governare? Perché se lo avesse fatto davvero, forse ora starebbe conducendo un'altra campagna elettorale cercando di riconquistare la fiducia degli elettori che ha perso in questi cinque anni, non denigrando l'avversario e i suoi votanti, ma offrendo numeri e intenti chiari per ripartire da un nuovo "primo tempo".

Perché oggi Coletta da sindaco uscente e dopo cinque anni e 4 mesi di governo, non può non considerare che era partito da una situazione di vantaggio potendo operare dalla stanza dei bottoni, con sedici consiglieri uscenti e con una campagna elettorale solida che va avanti da un anno. Invece si trova nella condizione di dover rincorrere un candidato datato, non più sindaco da 11 anni, sfiduciato da pezzi di quella stessa destra con cui si candida, che sembrava ormai consegnato agli archivi storici della città e che è stato scelto sui tavoli romani dopo lunga agonia dei partiti ad agosto inoltrato. Può Lbc giustificarsi e autoassolversi per i numeri del primo turno con 8mila voti di distacco "da un personaggio che ha lasciato solo macerie e debiti' come lo definisce Coletta in un post, o "prescritto" come lo chiamano alcuni candidati e suoi sostenitori, sventolando la verità, che assomiglia a un vestito comodo, che questa è una città irrimediabilmente nostalgica e che la ragione di questo voto sta nella destra riunita, che col suo carrozzone di partiti litigiosi e le contraddizioni dei suoi candidati macina comunque preferenze? La storia del voto di queste comunali 2021 con tutti gli alibi a corredo è davvero come la racconta Coletta? I dubbi non mancano e a pensare bene a quello che è accaduto mettendo in fila i fatti, aumentano.

E i fatti sono che cinque anni e 4 mesi fa, Coletta dopo il 21% raccolto al primo turno al ballottaggio incassò il 75,05 % dei consensi, la percentuale più alta d'Italia per quel turno elettorale, ovvero 46.163 suffragi equivalenti a metà degli elettori della città intercettando voti ovunque, a sinistra ma soprattutto a destra da cittadini stanchi di vedere Latina affondare e finire commissariata ad ogni turno amministrativo. Fu portato in trionfo in Piazza del Popolo, si prese le chiavi della città dalle mani di un commissario e iniziò la sua avventura da civico puro con buone intenzioni e quegli slogan fedeli che gli avevano portato fortuna, il nuovo libro, il cambiamento, la cultura della legalità e del bene comune. Cosa è accaduto dopo, pure, è storia: i cittadini chiedevano risultati visibili con l'urgenza di chi annaspa nel guado da tempo e Coletta prendeva coscienza che l'impresa era più complessa di come appariva da fuori. Debiti, bilanci da far quadrare, opere vecchie da portare avanti e nuove da immaginare e proporre, partecipate in aria di fallimento, scuole che cadevano a pezzi e che fu costretto a chiudere anche solo per le caldaie rotte, edifici da sistemare, impianti sportivi senza concessioni, un'urbanistica vicina al corto circuito, responsabilità da assumersi in tutti i campi come quella di tenere aperto un teatro con i vigili del fuoco dentro, così come avevano fatto, sbagliando, i suoi predecessori. In una parola, doveva amministrare una città di 120 mila abitanti con problemi enormi ereditati e comuni a molte altre, forse non avendo avuto coscienza, fino a quel momento, di cosa potesse significare governare. Cominciarono le critiche e le crepe a partire da operazioni discusse e mal spiegate, proseguite con il primo addio di uno dei fondatori del progetto di Lbc Antonio Costanzo, la cui strada sarebbe stata poi seguita da altri sei assessori in una giunta mal assortita che ha stabilito un record per componenti dimissionari che hanno gettato la spugna. E cominciò la chiusura nel palazzo, la diffidenza verso ogni contributo divergente o esterno, l'allergia alle opposizioni in Consiglio ma anche alle critiche, poco importava che fossero di cittadini, alleati, sindacati, ordini professionali, imprenditori, dipendenti comunali o giornali.

Oggi, «non fermare il cambiamento» è un appello che Lbc fa ai cittadini mostrando di non conoscerli e di non aver capito che messaggio gli hanno mandato con il voto del 3 e 4 ottobre. Perché le elezioni amministrative sono soprattutto un giudizio su chi ha amministrato più che sullo sfidante, come nel 2016 fu chiaro e inequivocabile il giudizio su ciò che la destra aveva gestito e lasciato.

Se questo cambiamento di cui parla Coletta fosse stato davvero percepito oggi i votanti non avrebbero spedito la maggioranza di centrodestra direttamente in consiglio comunale senza farla passare per il via. E non avrebbero rischiato di mandarci anche il loro candidato sindaco, fermato al traguardo da poco più di 1200 voti disgiunti, a riprova che qualsiasi altro nome al posto di Zaccheo avrebbe probabilmente fatto meglio, non per propri meriti, ma per demeriti dell'avversario. Coletta ha avuto bisogno di un Partito Democratico rattoppato come un vaso rotto e tenuto in piedi da singoli exploit e dagli sponsor regionali e nazionali Zingaretti, Speranza e Orlando per raccogliere il 35,8% contro quello che lui, nei fatti, definisce un impresentabile: un candidato che ha già segnato la storia della città, imposto da Roma a 60 giorni dal voto, emblema del passato, della vecchia politica e di una Latina grigia ormai superata. Eppure la parte di città che ha votato ha voluto dare quasi la maggioranza dei voti a quel candidato e ha già detto, con l'unico strumento che la democrazia gli concede, di non aver visto o percepito negli ultimi cinque anni una città dei diritti, della bellezza, del decoro, dei servizi, dello sviluppo, della partecipazione, in una parola comunicando a Coletta che lui non è stato il cambiamento che sognava, il libro nuovo che si aspettava, il simbolo del bene comune che si traduce in una amministrazione che sia onesta ma che funzioni, operi, progredisca e risponda in tempi adeguati ai cittadini.

Ora il sindaco di Lbc, che tale è rimasto sempre non riuscendo ad essere anche il sindaco di altri a cominciare dai suoi stessi alleati, deve rincorrere e cerca di recuperare, ma lo sta facendo ostinatamente con lo stile e i temi della stessa campagna elettorale che fino ad oggi gli ha dato torto sottraendogli fiducia e voti nonostante una buona squadra di candidati, a partire da quelli che entreranno in consiglio, nonostante diversi risultati e un lavoro da salvare. Potrebbe ripartire da questa riflessione, Damiano Coletta, sfidando, più che Zaccheo, se stesso e gli errori commessi per provare a recuperare al novantesimo minuto. Dovrebbe farlo comunicando da un'altra prospettiva che coinvolga quella parte di città abulica che non ha votato, una prospettiva più pacata, aperta, responsabile, inclusiva, umile e propositiva. Prendendo esempio dai più giovani, in Lbc e nel Pd, che declinano la città con un altro linguaggio e che riconoscono di dover diventare ‘visibili' e attenti ai piccoli bisogni per costruire un rapporto di fiducia con gli elettori. E dovrebbe farlo dimostrando di volere e poter essere il sindaco di tutti, soprattutto di quei 30mila cittadini che ne hanno scelto un altro, pronti a sbarrargli la strada di accesso al secondo mandato. Ma forse è troppo tardi per le dimostrazioni.