Lo spettacolo è quello di sempre, niente di nuovo sotto il sole: nei recinti spalancati dei partiti la mobilità è forte. Piuttosto deve trattarsi di un istinto primigenio alla migrazione, un lascito dei nostri bisnonni e trisnonni che un tempo hanno cercato di frapporre la maggiore distanza possibile tra loro e la miseria, fuggendo con in mano la classica valigia di cartone e nel petto la speranza di poter colmare con un po' di fortuna il vuoto e l'incertezza verso cui si dirigevano.

A quella miseria fatta di privazioni e fame, se n'è sostituita un'altra, meno problematica, meno dolorosa, ma altrettanto grande e vistosa: la miseria dei princìpi.
Giusto per restare nel recinto di casa, chi può dimenticare le adunate affollate di Rinascita Civile, il movimento che avrebbe dato i natali a Latina Bene Comune, dove dal palco partivano le invettive dirette a colpire gli amministratori in carica e i partiti che rappresentavano? Facendo man bassa di quello che allora i giornali scrivevano a proposito di urbanistica, di corruzione, di appalti e di grandi opere iniziate e mai portate a termine, era stato facile fare breccia nell'animo di una cittadinanza stanca e avvilita, riaccendere la fiammella della speranza e ottenere il credito che sempre si concede a chi introduce un linguaggio diverso e accattivante Ed eccoli giustamente là, al posto di comando, come la storia voleva e come l'elettorato ha deciso.

Il tempo è come il vento, smussa e arrotonda gli spigoli, così è stato anche per i princìpi dei duri e puri, che dopo la notte della prima consiliatura, sono all'alba della seconda. Ma a che prezzo.
Damiano Coletta ha stretto mani e accordi che a suo dire, almeno fino all'altro ieri, non avrebbe voluto stringere. Da Vincenzo Bianchi a Riccardo Pedrizzi, da Giovanni Di Giorgi a Maurizio Galardo. Questo gli è servito per avere ragione dell'avversario Zaccheo, ma non poteva bastare per governare da una posizione di minoranza. E così l'accordo si è esteso a Claudio Fazzone e Forza Italia, proprio quella dei Di Rubbo e dei Malvaso che Coletta ha sempre avuto nel mirino delle sue invettive legalitarie, fino ad Annalisa Muzio che aveva condotto una campagna elettorale in chiave anticolettiana. E che dire di Fazzone e del suo partito andati al voto in coalizione, quella del centrodestra unito e compatto, per poi prendere il bivio del sostegno al vincitore che non aveva i numeri per governare? La stessa considerazione vale per Fare Latina di Annalisa Muzio. Si fanno votare dai cittadini sventolando una bandiera, e una volta intascati i consensi esibiscono un vessillo diverso. Il vincolo di mandato? Roba d'altri tempi. Uno spettacolo deprimente. Così come è deprimente la caccia all'uomo che il sindaco sta conducendo in questi giorni per consolidare una posizione che rimane traballante anche col supporto di Forza Italia e Fare Latina. Ma sì, stretta per stretta, una volta iniziate le danze poco importa dove si andrà a finire. Per noi non ci sono impresentabili in Consiglio comunale, ma il guaio è che ci sono sempre stati per Damiano Coletta e per i suoi. Fino a ieri. E dunque, ben venga il cambiamento, anche quello del punto di vista selettivo e distintivo di Coletta e soci. Se il traguardo è quello del rispetto reciproco, siamo andati avanti.
E dunque il fine ultimo, quello che resta da fare, è adoperarsi per il governo della città.

Per farlo serve davvero rincorrere una Fanti o un Faticoni per acquisire maggior potere in Consiglio comunale e stravincere sul fronte delle Commissioni? Davvero siamo ricaduti così in basso?
Questo è il bene comune? Non è nemmeno il male minore. E' la peggiore deriva di una stagione politica che della politica non ha neppure un vago sapore, perché quella è un'arte che si dispiega nel governo delle cose. E qui da noi a Latina capoluogo, da trent'anni a questa parte, di governo non ce n'è stato e non ce n'è. Basta guardarsi attorno per rendersene conto. Ma questa prosecuzione di amministrazione e questo remake di sindaco non hanno occhi che per se stessi. Ciechi.

Ciechi al punto da non vedere relitti edilizi alle porte e nel centro della città (ex Icos; Key; Intermodale; Mattatoio; l'edificio sotto sequestro per la cosiddetta variante Piave); opere incompiute sparse un po' dovunque (Cittadella giudiziaria; Casa della Musica; Mercato Annonario); strutture importanti chiuse da anni (Teatro D'Annunzio; Casa della Cultura; Biblioteca comunale); strade dissestate in centro e in periferia. E senza dimenticare mai che alcune delle nostre migliori squadre sportive che militano nella massima serie sono state costrette a migrare altrove, anche a cambiare denominazione, perché nel capoluogo non ci sono un campo di volley e una piscina in grado di ospitarle in campionato, cosa che invece, per fortuna, sono riuscite a fare città come Cisterna e come Anzio.

Se uno volesse cercare di vendere una città come Latina in un ipotetico mercato delle occasioni, farebbe grande fatica a trovare un acquirente, perché è difficile immaginare un sognatore o un visionario che abbia voglia di dedicarsi all'impresa di tirare su dal pozzo un capoluogo di provincia con dentro centotrentamila abitanti. Eppure, se ti giri, scopri che qualcuno pronto a cimentarsi in questa impresa titanica c'è. Almeno così sembrano testimoniare le schede elettorali sparite dai conteggi riportati sui verbali di una trentina di seggi.