Lo avevamo scritto mesi fa: una manciata di schede smarrite nel disordine di 116 seggi elettorali sono un fatto deprecabile, ma astrattamente accettabile se attribuito alla impreparazione o alla sciatteria di qualche presidente di sezione. Ma l'incongruenza del numero delle schede di voto in 22 seggi è altro; è la riprova di un'azione massiccia di turbativa elettorale. E se fino a ieri a sostenere questa tesi erano due candidati non eletti e un elettore, da ieri c'è anche un tribunale amministrativo che dice a chiare lettere che qualcosa di grave è accaduto nel corso delle operazioni di voto del 3 e 4 ottobre 2021. Qualcosa che ha probabilmente modificato l'esito della consultazione per il rinnovo del consiglio comunale e per l'elezione del sindaco della città di Latina. Comunque la si voglia leggere e da qualsiasi angolazione la si voglia affrontare, questa è una bruttissima storia, che fa di Latina un luogo dove è andato smarrito il senso della democrazia e dove il senso della legalità è ridotto al rango di uno slogan stinto, abusato e privo di contenuti.

Il Tar dice che dal riconteggio delle schede elettorali i conti non tornano, e lì si ferma, limitandosi a ordinare che si torni alle urne nelle 22 sezioni dove forte è il sospetto che si sia verificato il fenomeno delle cosiddette schede ballerine.
Ai giudici amministrativi non compete spingersi oltre, e nemmeno domandarsi chi abbia eventualmente tratto giovamento da questa versione sudamericana del voto, né interrogarsi su chi abbia messo in piedi questo illecito conclamato. Sono interrogativi che resteranno senza risposta, a meno che fra qualche tempo Latina non raggiunga il primato di annoverare in casa il primo collaboratore di giustizia amministrativa del Paese.

Fino ad allora, dunque probabilmente per sempre, non potremo esercitarci nel gioco degli addebiti chiedendoci su chi debba pesare il sospetto della responsabilità politica e della responsabilità morale dell'accaduto, anche se istintivamente si è portati a pensare ai vincitori piuttosto che ai vinti. Soprattutto se i numeri del voto al primo turno, ed è quella la fase interessata dal ricorso accolto dal Tar, raccontano di un gap insormontabile tra i due principali contendenti e del sottile confine che separava uno dei due dal raggiungimento del 50% più una delle preferenze espresse dagli elettori.

La questione che si pone oggi è un'altra, e verte sugli effetti di questo scivolone che riporta la città agli onori di una cronaca che non avremmo voluto raccontare. Cosa succederà?
Probabilmente niente, né si vede come possa influire negativamente questo rinvio parziale al voto in una città ferma da ormai trent'anni, una città agonizzante che sta progressivamente trascinando verso il soffocamento ogni forma di espressione, ogni residuo di energia vitale.
A nove mesi di distanza da quello che passerà alla storia cittadina come l'ottobre dei brogli, nemmeno l'entusiasmo della vittoria è riuscito a dare una scossa alla rieletta amministrazione Coletta, rimasta soffocata da accordi preelettorali, da alleanze di sopravvivenza post elettorali e dall'incapacità amministrativa e di visione politica che le è propria. E se tra sessanta giorni, dopo la ripetizione del voto nelle sezioni ballerine il sindaco appena demansionato dovesse farcela di nuovo, ci accorgeremo di non aver subito alcuno scossone, alcun trauma, alcuna perdita.

Se dovesse farcela Vincenzo Zaccheo, questo sarebbe possibile soltanto grazie ad un eventuale rivolgimento di fronte da parte di quei gruppi e quei partiti che il rivolgimento di fronte lo avevano già compiuto subito prima del voto o subito dopo le elezioni. E che governo sarebbe, anche quello, sostenuto da precarie intese e instabili alleanze?

Nessuno è disposto a credere ad una eventuale ritrovata unità e compattezza del centrodestra; nessuno sarebbe così sciocco da volersi fidare di un ritorno convinto di Forza Italia alla «casa madre», o dell'appoggio di convenienza di Fare Latina.
I giudici del Tar hanno fatto quello che hanno ritenuto andasse fatto, ma non hanno fatto quello che andava fatto per regalare un'ancora di salvezza alla città: mandare tutto a monte, lasciare Latina nelle mani di un commissario per almeno un anno e poi tentare la carta della rinascita con nuove e regolari elezioni. Ma questo non è compito dei giudici, bensì della sorte.
E da qualche decennio, gli dei costringono Latina a veleggiare inutilmente da un capo all'altro di un mare ideale, senza carte e senza bussola.
Una città smarrita.