L'intervista
21.03.2026 - 20:00
Il senatore Carlo Calenda
Appena entri, nello splendido ufficio di Corso Vittorio Emanuele II (nel cuore di Roma), è impossibile non notare un libro fotografico del film “L'ufficiale e la spia” (J’accuse), diretto da Roman Polański. Pellicola che racconta L’Affaire Dreyfus, scandalo politico della Francia della Terza Repubblica che ha fatto la storia. In quel momento capisci la poliedrica e profonda formazione culturale di Carlo Calenda. Il nonno materno era il celebre regista Luigi Comencini. Senatore, leader e fondatore di Azione, Carlo Calenda è stato ministro ed europarlamentare. Ma ha anche un passato di alto livello nel management privato: per esempio ha iniziato la sua carriera nel mondo aziendale alla Ferrari. Calenda ha una particolarità: dice quello che pensa senza filtri. Non si preoccupa del rischio dell’impopolarità. Lo abbiamo intervistato.
Allora Calenda, partiamo dalla situazione internazionale: il conflitto degli Usa (e di Israele) con l’Iran. Cosa prevede?
E la guerra in Ucraina?
«L’Ucraina è la potenza militare più moderna che c’è. Ci sono stato recentemente: ha riconquistato 400 chilometri quadrati. In due esercitazioni (una terrestre, l’altra navale) gli ucraini hanno sconfitto la Nato. Loro hanno imparato a usare meglio di chiunque altro i droni, che producono al costo di 3.000 euro l’uno. Noi per abbattere un drone di quel tipo dobbiamo utilizzare missili che costano 2 milioni di euro. Dobbiamo imparare da loro. Anche perché l’Italia è sguarnita sul piano della difesa».
Aumento dei prezzi del petrolio e dell’energia e conseguenze sulle famiglie. Saranno questi gli effetti della guerra?
«Il rischio vero è la recessione. L’aumento dei tassi per contenere l’inflazione determinerebbe il blocco degli investimenti. Bisogna fronteggiare l’emergenza con coraggio. Noi abbiamo detto che non è possibile che le aziende pubbliche del settore dell’energia facciamo 20 miliardi di utili. Abbiamo avanzato proposte al Governo Meloni. Per esempio sulle concessioni idroelettriche. Se uno produce a 20 euro a megawattora e vende a 150 euro, per noi c’è qualcosa che non va. Specialmente in questa fase. Siccome si tratta di concessione pubbliche, abbiamo proposto al Governo di fissare a 60 euro a megawattora l’importo per la vendita. Altrimenti si fanno le gare. Non è possibile che le nostre aziende pubbliche di questo settore facciano più utili di quelle francesi e tedesche».
Quando era ministro, relativamente alla questione dell’Ilva, lei sottolineò l’assoluta mancanza di politiche industriali in Italia. Pensa che sia ancora così?
«Ma certamente. Dopo Industria 4.0 non c’è stato più niente. Nel momento in cui ho ricoperto il ruolo di ministro, l’ex Fiat produceva 1.050.000 vetture l’anno, senza incentivi. L’anno scorso 340.000. Siamo l’unico Paese europeo che non ha un Piano per l’Automotive. Le ripercussioni sono enormi, penso anche all’indotto».
A proposito della crisi dell’automotive. Lei recentemente ha visitato lo stabilimento Stellantis di Cassino. Che idea si è fatto?
«Per me è a rischio chiusura. Dopo il 2027. Le scelte della governance Stellantis vanno tutte nella direzione degli incentivi all’esodo. Tra prolungati periodi di cassa integrazione e tutto il resto, la gente piano piano andrà via. Ma la cosa assurda è che non frega niente a nessuno. Destra e Sinistra parlano di tutto tranne che di questo. Ho incontrato il segretario della Cgil Maurizio Landini e gli ho detto: ma ti pare che tu devi occuparti del referendum sulla giustizia e non intervieni praticamente mai sulle questioni di Stellantis? Anche a Giorgia Meloni ho detto che non si occupa come dovrebbe di Stellantis. Per il resto, chiuderanno l’Ilva perché all’epoca i Cinque Stelle fecero saltare l’accordo con il più grande produttore di acciaio mondiale, che poi ha aperto in Francia. Nel frattempo il ministro Urso continua a ripetere che risaneremo l’Ilva. Ma dai, siamo seri. Quale la prospettiva per l’Italia in queste condizioni? Saremo come Disneyland. Cioè nulla al di là di una meta turistica».
Un suo giudizio sugli investimenti di Leonardo Del Vecchio a Fiuggi.
«Leonardo Del Vecchio è un grande imprenditore, molto capace. E una persona seria. In generale però il problema dell’Italia è un altro. E cioè che il nostro Paese ha costruito la sua prosperità sul manifatturiero, che dava garanzie di stabilità economica e di prospettive per poter mandare i figli all’Università. Oggi purtroppo quella catena si è spezzata. Guardi, ho visitato una trentina di Università italiane. I nostri ragazzi sono brillantissimi, capaci, studiosi. Ma consapevoli che il loro destino sarà quello di andare via dal Paese. Allora io dico: ma perché non tagliamo le tasse agli under 30? Perché non determiniamo le condizioni affinché possano restare? In futuro chi garantirà il sistema delle pensioni e il Servizio Sanitario Nazionale? È una questione di futuro, non di polemica».
Possibilità che Carlo Calenda possa far parte di una coalizione di centrodestra?
«Non esiste. Nella mia vita ho un valore irrinunciabile: la coerenza. E francamente sono stanco di vivere in un Paese nel quale si parla ancora (e sempre) di Destra e Sinistra. Azione è l’unico partito che vota i provvedimenti del Governo se li ritiene giusti, ma restiamo all’opposizione perché c’è una classe dirigente zeppa di incapaci politici. Di autentiche “pippe”, schiappe. Se sto parlando in modo bipartisan? No, nel caso specifico mi riferisco a chi oggi governa. Non è che con i Cinque Stelle andava meglio, ma neppure tanto peggio. Io reputo Giorgia Meloni molto intelligente: sa che non può continuare a tenere al governo ministri che non riescono a fare un provvedimento. Oggi il tema della sanità sta esplodendo perché le Regioni sono tutte in deficit su questo argomento. Qualcuno ritiene che si possa ragionare su opzioni come la nazionalizzazione? È possibile affrontare un tema come questo senza gli schemi di Destra e Sinistra? Rosy Bindi ha detto: “Calenda non è di sinistra”. Ho risposto che però davanti ai cancelli di Stellantis in questi anni ci sono stato soltanto io. La sinistra dove stava?».
In una recente trasmissione televisiva Matteo Renzi ha detto che non intende rispondere a domande su Calenda. E lei risponderebbe a domande su Renzi?
«Che devo rispondere? Oggi Renzi sta a sinistra, domani potrà fare un accordo con Casapound. Fra quattro giorni magari siglerà un’intesa con Trump. Matteo Renzi fa quello che gli pare secondo i suoi parametri. Io sul piano politico sono stato un idiota a riportarlo in Parlamento».
Lei ha polemizzato fortemente con l’ex Generale Roberto Vannacci, europarlamentare e ora leader di Futuro Nazionale. Perché?
«Perché non sopporto i paraventi. In tempi non sospetti dissi a Vannacci che per me lui è fascista ma non ha il coraggio di ammetterlo. Mi pare evidente, lo si capisce chiaramente. Rivendica il segno della Decima Mas, ma al tempo stesso spiega che non è proprio la Decima Mas. Nella vita non ho mai sopportato e non sopporto l’ipocrisia. Si riconosce in determinate idee, perché non dirlo in maniera esplicita? Poi ho fatto notare che a mio giudizio è filorusso. Lui ha ricoperto il ruolo di addetto militare presso l’ambasciata italiana a Mosca. Diceva che la Russia non avrebbe mai attaccato l’Ucraina. E poi che in due giorni sarebbe arrivata a Kiev. Faccio notare che l’Italia fa parte della Nato».
Elezioni comunali di Roma. Quanto saranno importanti e cosa intende fare? Possibile una sua (ri)candidatura a sindaco?
«No guardi, a Roma ho già fatto e ho già dato. La volta scorsa mi sono impegnato in un anno di campagna elettorale, girando tutti i quartieri e analizzando ogni singola buca. Con un programma-dossier di 1.400 pagine. Ringrazio ancora i cittadini che mi hanno votato, permettendomi di raggiungere il 20%. Ma non mi ricandido».
Senta Calenda, si parla sempre di Europa. E soprattutto di Unione Europea. Quale tipo di futuro si deve preparare?
«Allora, o l’Europa costruisce e guadagna sul campo l’indipendenza energetica e militare, oppure non ci saranno più spazi. L’unico futuro possibile potrà essere quello di vassallaggio agli Stati Uniti, alla Russia o alla Cina. Perché il processo di disarticolazione sarà inevitabile. Sto parlando di libertà non in senso figurato, ma come una vera e propria battaglia esistenziale. Si tratta di scegliere se voler essere proprietari di un Bed and Breakfast o se fare i camerieri a Stati Uniti, Russia o Cina».
In provincia di Frosinone si parla da anni dell’ipotesi di realizzare una Stazione Tav a Ferentino. Un’infrastruttura che rappresenterebbe una svolta per il territorio. Ma al di là degli impegni a futura memoria, la svolta non arriva.
«Certamente la Stazione Tav sarebbe una svolta. Però noi (intendo chi sta al Governo) siamo concentrati sul... Ponte sullo Stretto. Abbiamo affidato al ministro Matteo Salvini (che al di fuori della politica non so se abbia mai fatto parte del mondo del lavoro) la realizzazione dell’opera architettonica più impegnativa e difficile della storia d’Italia. È evidente che andiamo incontro ad un disastro. Ho sentito date come il 2038, i fondi sono fermi. Lasciamo stare. Confermo quanto ho sempre sostenuto: nel nostro Paese sarebbe fondamentale la connessione delle zone interne, attraverso infrastrutture strategiche e fattibili. Ma il problema è sempre lo stesso: la Destra e la Sinistra. E quindi una politica che sceglie in base alle appartenenze e non alle competenze. Perfino per i ruoli più importanti di governo».
In provincia di Latina, considerando anche le opportunità della Zona Franca Doganale, il porto di Gaeta potrebbe diventare sempre più strategico. A patto però di poter interagire con i sistemi industriali dei territori.
«Il porto di Gaeta è già strategico e il ragionamento è giusto. Infrastrutture e opere: l’Italia ha bisogno di questo. Quando ho ricoperto il ruolo di ministro per lo sviluppo economico ho dovuto far ricorso alla scorta per aver voluto e difeso la realizzazione del gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) in Italia. Il Tap trasporta circa il 10% del gas necessario all’Italia dall’Azerbaigian. Parliamo di qualcosa che si snoda attraverso un tubo di un metro, per un metro di diametro. Il tutto otto metri sotto terra. Eppure ho avuto bisogno della scorta per la campagna “contro” che in tanti fecero. Penso che la politica dei no conduca un Paese al sottosviluppo. Penso che se ci sono delle opere importanti da realizzare, vadano fatte. Anche “militarizzando” una zona se necessario. Senza il Tap, quando c’è stata la crisi con la Russia, l’Italia andava a pedali».
Ma per il futuro ritiene effettivamente inevitabile una contrapposizione globale tra Stati Uniti e Cina? C’è chi parla apertamente di conflitto.
«Allora, la Cina sta facendo due cose molto diverse. In Europa si concentra sulla disinformazione, attraverso le proprie piattaforme. La Cina produce tantissimo ma consuma poco e quindi ha bisogno di mercati sui quali espandersi senza dazi antidumping. E per questo punta a dividere e a disgregare l’Europa. Mentre invece in Asia la Cina ha un atteggiamento superaggressivo. Le dico questo: nel passaporto cinese c’è un disegno di territorio all’interno che include Taiwan e anche il mar cinese meridionale. Vengono effettuati dei blocchi navali, si fanno delle manovre attorno agli atolli, si potenziano le basi militari. Insomma, come detto prima, una politica molto aggressiva. Teniamo presente che già adesso la Cina ha la prima marina del mondo. La domanda da farsi è: come si risponde a tutto questo? Attraverso politiche di dissuasione. Come fanno da tempo il Giappone, l’India, il Vietnam, la Corea del Sud. Il problema è che fino a poco tempo fa questi Paesi sapevano di poter contare sugli Usa. Oggi con Donald Trump alla Casa Bianca non si capisce più nulla su quelle che sono le strategie degli Stati Uniti. E questo inevitabilmente determina che in ogni parte del mondo le dittature siano più aggressive».
Come si inverte il trend relativamente alla “fuga dei cervelli” e al fatto che tanti giovani ogni anno vanno via dall’Italia?
«Da cinque leggi Finanziarie ripetiamo un concetto tanto semplice quanto vero: se non li paghiamo è chiaro che se ne vanno all’estero. È necessario che i talenti vengano riconosciuti e valorizzati. Così come il lavoro va pagato in maniera degna, oltre che equa. Il problema è che troppo spesso le aziende, anche quelle piccole, non valutano il profilo di un ingegnere, preferendo magari un saldatore. Lo dico con il massimo rispetto per ogni mestiere. Per il sottoscritto l’unica strada è quella del taglio delle tasse. Azzerando magari le tasse fino ai 30 anni. Perché se i nostri giovani restano in Italia, poi consumeranno in Italia, pagheranno le tasse in Italia, sosterranno il sistema pensionistico e quello sanitario. Ho detto prima che ho visitato una trentina di Università. Arriverò a quota cinquanta. Abbiamo un patrimonio enorme, che però non valorizziamo. La realtà è che perdiamo talenti perché non frega niente a nessuno».
Parliamo di Roma Capitale e del riequilibrio per le altre province del Lazio?
«Le dico quello che penso. I poteri che servono per Roma Capitale si potrebbero delegare dalla Regione. Senza leggi speciali. La situazione in Italia oggi è questa: tutti i soldi, tutte le risorse stanno nelle Regioni. Mentre i Comuni non hanno niente. Basta guardare alla proliferazione delle società pubbliche regionali. Per esempio sull’acqua. I Comuni avrebbero bisogno di più deleghe».
Le elezioni politiche si terranno a scadenza naturale (autunno 2027) o verranno anticipate?
«Non si arriverà a scadenza. Non penso che si vogliano rompere le scatole agli italiani ancora una volta ad agosto. Secondo me si terranno nella primavera 2027. Detto questo, ci sarebbe la necessità di voltare pagina davvero. Il Paese ha bisogno di visione e di modernizzazione. Basta parlare sempre e soltanto di Destra e Sinistra».
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