Per alcuni è troppo competente per fare politica. Stefano Parisi (classe di ferro 1956) è stato direttore generale di Confindustria durante la presidenza di Antonio D'Amato. Poi amministratore delegato di Fastweb e tante altre cose. La passione per la politica l'ha sempre avuta. Da ragazzo è stato socialista. Nel 2016 si è candidato a sindaco di Milano ed è stato protagonista di un testa a testa avvincente con Beppe Sala. Quindi la "mission impossible" di riformare Forza Italia, che lo stesso Silvio Berlusconi gli aveva affidato. Nel 2018 in corsa per la presidenza della Regione Lazio: candidatura all'ultimo istante utile, centrodestra diviso, in campo anche Sergio Pirozzi e, soprattutto, coalizione impegnata nel "fuoco amico" di sbarramento. Nonostante tutto questo, Parisi sfiora l'impresa: lui al 31,17%, Nicola Zingaretti al 32,92%. Partiva, nei sondaggi, venti punti sotto. Oggi fa il consigliere regionale di opposizione: legge tutte le carte, propone, argomenta, studia. Sta nel centrodestra, ma con una sua posizione.
E per molti continua ad essere troppo competente per fare politica. Lui, però, si ostina.

Allora Parisi, in piena pandemia economica l'Italia si presenta con un debito pubblico altissimo e con una crescita inesistente. Che si fa?
«Purtroppo temo che il peggio debba ancora venire. La pandemia ha investito l'Italia nel momento della sua massima debolezza istituzionale, con l'economia meno produttiva d'Europa, il debito pubblico più elevato, la burocrazia più pervasiva. Il debito pubblico è destinato ad aumentare. Per non parlare del rapporto con il Pil. Paghiamo anche gli effetti di un lockdown troppo lungo e troppo rigido. In alcune Regioni, come il Lazio, non serviva. La circolazione del virus è stata bassa. Bastavano i tamponi a tappeto».
Il Governo poteva fare di più?
«Doveva fare di più. Nel Lazio ci sono stati 6.000 contagiati, in Lombardia 70.000. Perché lo stesso lockdown? Perché in alcune Regioni non sono state consentite le riaperture di più settori? Perché non si sono fatti i tamponi preventivamente? Il Governo ha scelto la strada più breve: chiudere tutti in casa per due mesi. Il fatto è che ora intere fette di mercato e filiere produttive rischiano di non riaprire. Perché mentre da noi era tutto chiuso, all'estero no. E le fette di mercato se le sono prese le aziende straniere. Penso alle difficoltà del manifatturiero. Poi non è arrivato quasi nulla delle misure adottate: non la cassa integrazione in deroga ai lavoratori, non le risorse alle imprese. Nulla. Solo annunci. Anche da parte della Regione Lazio».
Voi cosa proponete?
«Noi abbiamo proposto. Come "Ricostruire Italia" abbiamo redatto un Piano operativo articolato su tre fasi: uscire dall'emergenza sanitaria, riapertura, ricostruzione. Tutto scritto, articolato, illustrato, giustificato. Prendiamo le scuole chiuse: non possiamo pensare di riaprire le fabbriche e gli uffici se i genitori stanno a casa con i bambini».

E per le imprese?
«Soldi a fondo perduto, non c'è altra strada. Impensabile caricare le imprese di ulteriori debiti. Così falliscono. Ricostruire significa proteggere le imprese, non solo garantendo la liquidità che serve, ma anche intervenendo sulle norme di bilancio societario e sulle norme concorsuali. Significa attivare manovre che garantiscano maggiore produttività, che portino la pressione fiscale sotto il 40 per cento. Significa tornare ad essere attrattivi per gli investitori privati».
Non ha la sensazione che si stia facendo poco sul versante delle opere pubbliche?
«Non poco. Nulla. Il Governo non sta facendo nulla. E invece solo le opere pubbliche possono rilanciare investimenti e occupazione. Penso alla Roma-Latina. Guardi, si dovrebbe fare una cosa semplice: abolire l'attuale codice degli appalti e applicare i regolamenti comunitari».
In Italia cresce l'insofferenza verso l'Unione Europea.
«Premessa: in Europa il nostro Paese sconta una debolezza di leadership senza precedenti. Detto questo, operazioni come la sentenza della Corte Costituzionale tedesca (sul quantitative easing) sono atti ostili e offensivi nei confronti di Mario Draghi, della Bce e dell'Italia. Una sentenza del genere fa più danni di migliaia di posizioni sovraniste. Il tema della disgregazione dell'Europa c'è. Ma va aggiunto che l'Italia non riesce a spendere la stragrande maggioranza dei fondi europei».

Il ponte di Genova può rappresentare un momento di ripartenza?
«Il ponte di Genova ha rappresentato una deroga. Dovrebbe essere la normalità. Ripeto: abolizione del codice degli appalti e applicazione dei regolamenti europei. La crescita è accompagnata dalle gru. Punto».
Secondo lei la giunta Zingaretti come ha affrontato l'emergenza sanitaria?
«Nel Lazio i numeri del contagio sono stati piccoli. Secondo me si doveva fare come in Veneto: mappatura totale del territorio con i tamponi. Si sarebbero evitati tanti problemi. Ma Nicola Zingaretti ha ragionato da segretario nazionale del Pd, non da presidente della Regione. Si è adeguato alla linea politica nazionale del Governo. Sbagliando».
Nel 2018, con un centrodestra lacerato, si è candidato alla presidenza della Regione Lazio e ha ottenuto un ottimo risultato. Ci riproverà?
«Quello è stato un risultato straordinario. Candidatura a venti giorni dalle elezioni: ero sotto di 20 punti, siamo arrivati a un'incollatura. E se non ci fosse stata un'altra candidatura (Sergio Pirozzi, ndr) avremmo vinto. Riprovarci? Non lo so. Vediamo intanto se il centrodestra ha capito la lezione. Certo è che la Regione Lazio avrebbe bisogno di una svolta politica forte e vera».

Lei è un manager. Non è che i partiti pensano: se poi Parisi vince noi non tocchiamo più palla?
«Il terremoto del Covid avrà effetti anche nella politica. Proprio questa pandemia ha dimostrato che in politica c'è bisogno di qualità e competenza. Elementi che stanno anche nei partiti. Non è più il tempo del "fuoco amico" e delle invidie».
Cosa pensa di Giorgia Meloni?
«Ho un ottimo rapporto con lei. È coraggiosa, bravissima, lucida. Non semplice per una donna affermarsi come ha fatto lei, portando un partito come Fratelli d'Italia da meno del 4% a più del 13%. Avendo nel proprio campo, quello del centrodestra e dell'opposizione, un partito con il vento in poppa come la Lega. Giorgia Meloni ha fatto qualcosa di straordinario».
E con Matteo Salvini che rapporto ha?
«Lui non ha la visione di un centrodestra plurale e pluralista. Basta vedere la storia delle elezioni comunali di Milano e di quelle regionali del Lazio. Silvio Berlusconi è stato un leader inclusivo: ha tenuto insieme per anni una coalizione che andava da Fini a Bossi. Anche con importanti frange democristiane. Salvini no: è concentrato esclusivamente su se stesso. Non gli interessa la coalizione. E lo ha dimostrato dopo le elezioni del 2018, quando la coalizione di centrodestra era arrivata prima. Lui ha rotto quell'unità e ha fatto il Governo con i Cinque Stelle. Poi l'estate scorsa ha consegnato il Paese al Governo delle quattro sinistre. Al Pd e ai Cinque Stelle».

Luca Zaia può rappresentare una spina nel fianco di Salvini nella Lega?
«Luca Zaia in vita sua ha lavorato, ha fatto altre cose. Non solo la politica. È bravo e competente».
Il modello vincente del Veneto nella lotta al Covid-19 risente anche del fatto che Zaia è veterinario e capisce di curve epidemiologiche?
«Parlare con un virologo conoscendo la realtà produce risultati. Perché poi è la politica a dover scegliere la strategia. Altrimenti il virologo e l'epidemiologo fanno il loro mestiere e consigliano una cosa semplice: restare tutti a casa il più possibile. Diciamo così: Zaia è un pragmatico, operativo e vincente».
Cosa pensa di Vittorio Colao, capo della task force della Fase 2?
«Ha competenza ed esperienza. Non fa interviste, lavora su progetti operativi. E come consulente parla con il suo datore di lavoro. Poi, se il premier Giuseppe Conte riesce a comprendere tutto quello che Colao propone, francamente non lo so».

Che giudizio ha di Domenico Arcuri?
«Beh, ha rappresentato una grande delusione. Doveva solo risolvere il problema delle mascherine. Solo quello, non doveva fare altro. Invece si è concentrato sulle interviste. Insomma, una delusione enorme».
Confindustria vede tentativi di statalizzazione dell'economia. Sta emergendo la visione dei Cinque Stelle?
«Stanno emergendo due visioni: l'assistenzialismo dei Cinque Stelle e lo statalismo del Pd. Confindustria ha ragione ad essere preoccupata. Sento parlare di investimenti "green" e sento il sindaco di Milano Beppe Sala avventurarsi su terreni che non conosce e invitare tutti a prendere la bicicletta. Chiedo: 50 chilometri per andare al lavoro si percorrono in bicicletta? Ci andasse Sala in bicicletta. Non sanno di cosa parlano. Questo Governo non riesce a comprendere che l'Italia è una grande potenza industriale. Le due culture politiche, quella del Pd e quella dei Cinque Stelle, sono sorde agli appelli che arrivano dal mondo industriale, economico e produttivo. La situazione è grave e richiederebbe ben altri interventi».
Quanto è grave la situazione economica?
«Guardi, lo tsunami sanitario ha fatto tantissimi morti. Ma nel medio e lungo periodo il rischio è che la crisi economica faccia addirittura più morti. Senza lavoro si muore».

Cosa dovrebbe fare il Governo?
«Ricordarsi che l'Italia è una grande potenza industriale e va governata come tale. Non con i divieti, non con l'assistenzialismo, non con lo statalismo. Servono investimenti e opere pubbliche. Occorre un fondo perduto di recupero parziale o totale dei ricavi persi. E bisogna consentire alle imprese di capitalizzare i costi, in modo tale che nella fase in cui non ci sono ricavi, anche i costi vengono scorporati, portati a patrimonio e poi ammortizzati nei prossimi anni. Ciò eviterebbe il fallimento. Questo Governo va in direzione opposta. Si sta assumendo una responsabilità enorme: il rischio di far saltare in aria il Paese. Le conseguenze sarebbero inimmaginabili».
Cosa non ha funzionato nell'emergenza Covid in Lombardia?
«Beh, insomma, è stato un disastro. Parliamo della Regione che aveva la rete ospedaliera migliore d'Italia. L'eccellenza dell'eccellenza. E poi si è capito che aveva trascurato il ruolo dei medici di famiglia, quelli che stanno sul territorio. Impensabile anche che all'inizio ci si sia concentrati esclusivamente sui posti di terapia intensiva. Poi quello che è successo, e in parte sta ancora succedendo, è sotto gli occhi di tutti. Hanno fatto saltare in aria un sistema sanitario straordinario. Da tutta Italia si recavano in Lombardia per farsi curare. Il confronto con il Veneto fa emergere in maniera spietata gli errori commessi in Lombardia: bisognava affidarsi alla medicina generale, al territorio, ai tamponi di massa. Il Veneto ha fatto l'impresa, la Lombardia il disastro».
E nel Lazio come è andata?
«Il Lazio ha avuto la fortuna che i numeri del contagio sono stati bassi. Qui non è arrivata l'onda che ha travolto la Lombardia e che ha toccato anche Veneto ed Emilia Romagna. Poi c'è stato anche un altro obiettivo ed enorme vantaggio: vale a dire quindici giorni di tempo per potersi organizzare rispetto a quanto era accaduto al Nord. Voglio dire che Nicola Zingaretti e la sua giunta non hanno alcun merito per come sono andate le cose nel Lazio. Sono state determinanti circostanze oggettive. Voglio però aggiungere anche un'altra considerazione. Ho detto prima che la gestione dell'emergenza in Lombardia è stata un disastro. Ma va pure detto che se lì si è verificato l'epicentro, con un impatto fortissimo. Se quello che è successo in Lombardia fosse accaduto in una qualunque altra Regione italiana, gli effetti sarebbero stati anche peggiori. Questo va rimarcato per onestà intellettuale e per ristabilire i confini di quello che è successo con la pandemia da Coronavirus».