C’era attesa per il Consiglio comunale di ieri sera, a Priverno, sia tra le forze politiche che fra gli attivisti e anche tra i cittadini. Non a caso, la sala consiliare era strapiena. L’Operazione Tiberio doveva essere protagonista della discussione, per consentire alla gente di capire cosa effettivamente sia accaduto e se qualcuno degli attuali consiglieri potesse avere a che fare con la vicenda, anche secondo quanto pubblicato da qualche sito online. In verità, più che vincitori ieri sera ci sono stati solo degli sconfitti: la Politica prima di tutto e il rapporto non certo fiduciario quanto di rispetto tra i consiglieri seduti sugli opposti banchi. Ma, in fondo, a perdere è stata anche Priverno, la Città d’Arte, che tutti dicono di voler riportare ai fasti di un passato, che difficilmente tornerà, e che invece si trova a vivere situazioni di cui farebbe volentieri a meno. Il sindaco Anna Maria Bilancia ha raccontato tutta la storia dal 16 gennaio, giorno in cui è scattata l’Operazione Tiberio, a oggi, ribadendo l’estraneità della sua amministrazione da ogni vicenda. Il capogruppo Ernesto Desideri e il consigliere Antonio Di Giorgio, entrambi di Agenda per Priverno, che hanno voluto con forza questa discussione, hanno insistito sulla continuità amministrativa tra un passato che si dice di voler cancellare e un presente che avrebbe dovuto presentare il Comune come un palazzo di vetro. Ognuno degli intervenuti ha detto la sua, soprattutto dai banchi dell’opposizione: Umberto Macci, con riferimenti evangelici (la pagliuzza e la trave nell’occhio) e storici (l’onestà di Cesare e della moglie di Cesare) è arrivato persino a chiedere le dimissioni della Giunta. Più pacato l’intervento di Luisella Fanelli, che avrebbe però preferito che la maggioranza aprisse subito un dibattito sulla questione, coinvolgendo il Consiglio e la città. Antonio Di Giorgio ha forse evidenziato l’aspetto più duro dell’opposizione, facendo nomi e cognomi di imprenditori e funzionari, ma anche di partiti. Deciso anche il vicesindaco Angelo Delogu, il cui nome comparirebbe in una telefonata intercettata tra imprenditori. «Non sono indagato, non ho ricevuto nessun avviso di garanzia, sono pronto a mettermi a disposizione della magistratura» ha detto, rivendicando a sé il merito di aver voluto istituire l’Albo dei fornitori. Ma l’impressione è che la vicenda non finisca qui, magari con qualche imprevisto strascico non solo di natura politica, e soprattutto che la frattura tra le parti si sia di molto approfondita.