Hanno deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere i due pontini residenti a Sabaudia finiti insieme ad altre undici persone nell’inchiesta “Cash and carry”. L’accusa per loro è di corruzione. Secondo gli inquirenti avrebbero pagato una guardia carceraria dell’istituto penitenziario per introdurre sostanze vietate e un telefono cellulare.
Ieri si sono tenuti alcuni interrogatori di garanzia davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Frosinone Francesco Mancini, il firmatario dell’ordinanza di custodia cautelare eseguita la scorsa settimana dai carabinieri del reparto operativo del nucleo investigativo di Frosinone. I due pontini, P.R. e A.P., entrambi residenti a Sabaudia e assistiti dagli avvocati Angelo Palmieri e Gianluca La Penna, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. La misura cautelare disposta nei loro confronti è quella dell’obbligo di dimora nella città delle dune.
Secondo la prospettazione accusatoria, i due avrebbero pagato 300 euro versandoli sulla carta prepagata nella disponibilità di un agente della polizia penitenziaria per introdurre sostanze vietate e consegnare un telefono cellulare a uno dei detenuti. L’inchiesta, iniziata lo scorso anno, prende il via da un’intercettazione di un colloquio di un detenuto con la madre durante la quale si rivelava la possibilità di introdurre sottobanco qualcosa in carcere. Poi un blitz della Penitenziaria che ha portato a scovare alcuni smartphone, fino ad arrivare all’esecuzione delle 13 misure cautelari della scorsa settimana da parte dei carabinieri, che su delega della Procura si sono occupati delle indagini.