Mettere in liquidazione una cooperativa e aspettare che muoia da qualche parte evitando di pagare stipendi, contributi, accumulando mancati versamenti verso Inps, Inail, Fisco.
Un numero ormai consistente di casi che si ripetono è sotto la lente dell'Ispettorato del lavoro a seguito della denunce die lavoratori. Ecco come funziona la «morte tipica» di una coop che vuole beffare i dipendenti: dopo un congruo periodo di attività parte la procedura volontaria di messa in liquidazione perché appunto sono troppi i debiti verso i fornitori e i lavoratori-soci.
Lo stato di liquidazione è la fase preliminare del fallimento, ma tra una tappa e l'altra può passare anche molto tempo, durante il quale i veri penalizzati sono, appunto, i lavoratori perché non hanno speranza di vedersi pagati gli stipendi e sono sicuri che ci saranno problemi sui contributi. L'ultima vicenda, solo in ordine temporale, riguarda una cooperativa del commercio ma decine di casi simili si registrano in quelle del facchinaggio e del trasporto.
Il numero delle coop in liquidazione è così alto da far oscillare ogni anno i dati della camera di Commercio e da incidere sul giudizio che si può dare di un settore. Per esempio: secondo i dati del 2018 il settore dei servizi e dei trasporti collegati ha affrontato una crisi considerevole. Il dato viene ricavato dalle iscrizioni dello stato di liquidazione e fallimento. Se questa condizione è pilotata anche l'analisi economica ne risulta sballata. La più nota ed importante delle storie di «liquidazioni artefatte» ha riguardato la coop che gestiva in franchising un noto marchio di discount: due anni fa quando la società era, in fondo, in linea con i tempi dei pagamenti normali decide, improvvisamente, di non pagare gli stipendi e molti fornitori. Partì lo stato di liquidazione. Risultato: ci sono decine di lavoratori e fornitori con altissime somme ancora oggi da percepire; la società è uscita dalla gestione del marchio nel 2017 ma non è defunta, ha «solo» trasferito più volte la sede legale in vari indirizzi sparsi in Italia, avendo cura altresì di cambiare spesso il rappresentante dell'impresa, l'ultimo è ultranovantenne ed è palese che sia stato messo lì per beffare un po' tutti. I crediti verso questo tipo di aziende diventano in pochi mesi irrecuperabili di fatto.