L'idea è quella di formare volontari in grado di «entrare» nel carcere di Latina, che resta tra le strutture penitenziarie più affollate, ma dove comunque anche grazie ai volontari si riesce a portare avanti una serie di progetti per il reinserimento e il recupero dei detenuti.
E questa idea è della Caritas diocesana che ha da poco concluso il corso per il volontariato penitenziario, basato su quattro incontri formativi cominciati lo scorso tredici maggio.
Il corso è stato pensato per soggetti già impegnati in attività di volontariato o interessati a farlo e ha lo scopo di «formare volontari capaci di operare all'interno e all'esterno della struttura detentiva, in collaborazione con educatori e operatori penitenziari, al fine di partecipare in maniera attiva al reinserimento socio-lavorativo di soggetti in stato di detenzione».
Il punto centrale attorno al quale ruota la formazione è quello di «favorire l'acquisizione dei principali strumenti per gestire in maniera efficace la relazione con i detenuti» nonché l'acquisizione di «informazioni in merito alle azioni e alle attività messe in atto per favorire il reinserimento socio-educativo e lavorativo dei detenuti».
La Caritas della Diocesi di Latina già presta servizio presso il carcere di Latina, dove dal 3 marzo 2014 è in funzione il Centro di Ascolto e Aiuto, un luogo pensato ed offerto a tutte le persone detenute per incontrare volontari della Caritas diocesana proprio per non sentirsi abbandonati e messi ai margini non solo della società, ma soprattutto delle comunità parrocchiali.
L'ascolto è il concetto di fondo di questo progetto in quanto può essere il punto di partenza per un percorso personale di recupero e riabilitazione.
«La funzione prevalente che svolgono i nostri volontari - dice una nota della Caritas - all'interno del carcere di Latina è esattamente ascoltare i detenuti. Lo intendiamo come il cuore della relazione di aiuto, dove chi ascolta e chi è ascoltato vengono coinvolti, con ruoli diversi, in un progetto che, ricercando le soluzioni più adeguate, puntando ad un processo di liberazione della persona dal bisogno».
Il progetto ha una sua valenza specifica in una struttura con molte difficoltà e bisogni non solo materiali ma probabilmente soprattutto morali e dunque strettamente legati all'ascolto dei bisogni e delle opzioni per non essere più «soltanto» dei detenuti.