«Non sono morti, bisogna aspettare e sperare che si facciano vivi. Sono passati tre giorni, magari possono sembrare un'eternità, soprattutto per i familiari, ma le cause di questo silenzio potrebbero essere tante e non mi sembra il caso di arrivare a conclusioni affrettate».
A parlare in questi termini, Reinhold Messner, interpellato telefonicamente sulla vicenda del Nanga Parbat riguardante il nostro Daniele Nardi e il suo compagno di spedizione, Tom Ballard.
«Conosco Daniele, ma soprattutto Tom, un grandissimo alpinista. Anche io, in più di qualche occasione e per diversi giorni, addirittura settimane, non diedi notizie, ma era un'epoca diversa: oggi ci sono i telefoni satellitari, i computer, si può comunicare. Certo, sono passati tre giorni, ma voglio pensare che tutto dipenda solo ed esclusivamente dall'impossibilità di poter dare notizie attraverso questi mezzi e le condizioni climatiche, che cambiano repentinamente, possono impedirti tutto questo».
Una montagna maledetta, un percorso verso la vetta... «estremamente pericoloso, soprattutto in discesa - ha proseguito Messner - Lo conosco bene, nel 1970 persi mio fratello Gunther che, quasi alla fine della discesa, venne travolto da una valanga».
Reinhold, creduto morto, arrivò a valle sei giorni dopo, trasportato prima a spalla e poi in barella dai valligiani. Riportò gravi congelamenti a 7 dita dei piedi e alle ultime falangi della mani, subendo una parziale amputazione delle dita dei piedi.
Diventò per anni oggetto di polemiche infamanti, con un'accusa fantasiosa, di aver abbandonato Günther in cima al Nanga Parbat, ben prima della discesa, sacrificandolo alla propria ambizione di attraversare per primo il versante Diamir. Solo a distanza di 30 anni l'infondatezza delle critiche rivoltegli sarà dimostrata grazie al ritrovamento del corpo del fratello laddove Reinhold Messner aveva sempre affermato fosse scomparso.