Due campi in terra battuta ed un ragazzo, allora, di sedici anni, in viaggio verso il raggiungimento del proprio sogno. Formia, Mario Belardinelli, il Centro Coni Bruno Zauli, l'hotel Fagiano e Adriano Panatta. Ieri, come oggi. Ricordi indelebili di un passato che, magari, può farti sentire vecchio, ma che porta il tennista italiano più importante di tutti i tempi a risponderti al telefono, al tempo del "coronavirus" e a dirti... "scommetto che indovino di cosa volete parlarmi. Dai, forza, sono pronto".
Adriano Panatta arriva a Formia, in che anno?
"Credo che fosse il 1966, sì penso proprio di sì".
Il primo passo verso una straordinaria carriera.
"Devo tutto a Mario Belardinelli e a quel posto, guai a dimenticarlo. Arrivai con Paolo Bertolucci, questo lo ricordo bene e in quel Centro c'era il gotha dell'atletica nazionale ed internazionale. Non eravamo soli, ma in buona compagnia".
Un miracolo tennistico nato su due campi in terra battuta, anche se il contorno dello "Zauli" era di primissima qualità per quei tempi.
"Senza ombra di dubbio, ma noi giocavamo su quei due campi e da li sono nati campioni che hanno fatto la storia del nostro tennis. Se proprio devo dirla tutta, noi ogni giorno pregavamo perché piovesse, così invece di giocare a tennis, ci divertivamo con i pallone, ma questa è un'altra storia".
Perché non ce la racconti?
"Formia e Mario Belardinelli hanno rappresentato tutto per me. Sono stato due anni lì, ma poi ci sono tornato quando era necessario farlo. In un primo momento alloggiavamo nella foresteria interna, poi ci siamo trasferiti all'Hotel Fagiano. Bellissimo, ma l'inverno faceva un freddo cane nelle stanze. Ricordo che dormivamo con la tuta, due calzettoni da tennis per piede e il capello in testa. Colpa degli infissi delle finestre, prettamente per periodi estivi, che facevano passare l'aria che arrivava dal mare".
E poi?
"Ci allenavamo, tra atletica e tennis, cinque ore al giorno e la sera, eravamo stanchissimi. Giocavamo un po' a biliardo e poi a letto".
E la domenica?
"Era il nostro unico giorno di riposo, andavamo quasi sempre al cinema a vedere i film di allora. Un modo come un altro per stare insieme in allegria e vedere qualche bella attrice sul grande schermo".
Amicizia e goliardia. Panatta e gli altri ne combinavamo di tutti i colori.
"Diciamo che eravamo bravi a farlo, trovando complicità anche negli altri atleti che frequentavamo il Centro Coni di Formia".
Come quella volta che avete radunato al campo di atletica tutta la gente di Formia inventandovi la scusa dei paracadutisti?
"Quella fu veramente grossa, ma al momento del dunque, ce la siamo data a gambe elevate. Ricordo che distribuimmo dei volantini per tutta la città, informando che al Centro sarebbero arrivati i paracadutisti. Ricordo che quel giorno mi misi a fare il bibitaro, ricavando anche un bel gruzzolo di soldi. Le bibite costavano 50 lire ed io le vendevo a cento. Ad un certo punto, con la gente che aveva già affollato il campo di atletica, sistemammo una scala in mezzo al campo. Di lì a poco vi salì un uomo vestito quasi da clown con un ombrello. Lo aprì e salto giù. Ecco, quello era il nostro paracadutista. Ricordo ancora i genitori che prendevano a calci i loro figli, una scena irripetibile e noi, ovviamente, nascosti per evitare ripercussioni".
E la nuova macchina di Livio Berruti?
"Altro scherzo incredibile, ma quella non fu opera nostra. Il giorno dopo gli fecero trovare la quattro ruore sopra un albero. Immaginatevi la scena".
Al Lido D'Ulisse di Terracina, invece, durante un incontro internazionale, nacque, per volere di Mario Belardinelli, il grande doppio con Paolo Bertolucci.
"Sì, è vero. Ricordo che io giocavo in coppia con Marzano, ma un bel giorno Belardinelli ci disse, a me e a Paolo, che da quel momento avremmo giocato insieme e non ci siamo più separati".
Lido D'Ulisse, campo centrale, ricordi azzurri.
"Un posto meraviglioso anche quello. Quel campo centrale, con tutte le mura intorno, un qualcosa di unico".
L'ultima volta di Adriano Panatta a Formia?
"Credo, se non vado errato, una decina di anni fa, o forse più. Ci siamo ritrovati per ricordare Mario Belardinelli. Lui è stato tutto per me, per noi, per il tennis italiano".