Guai a vivere di rimpianti. Il passato, qualunque esso sia, non te lo toglie nessuno, che ti piaccia o no.
Lui, Roberto Simonetta da Latina, quando si volta indietro è felice, anche se... «avrei potuto sfruttare meglio alcune occasioni, ma quando mi sono capitate ero, forse, troppo giovane per capire l'importanza del momento».


Un cruccio non aver mai indossato la maglia della squadra della tua città?
«Purtroppo sì, ma non è dipeso da me. Avevo chiesto una cifra (30 milioni, ndr), perché mi sarebbe piaciuto chiudere la carriera a Latina. Me ne misero in bocca un'altra (250, ndr) e non se ne fece nulla. Parlo dei tempi di Giungarelli e Canini con Andrea Carnevale, Direttore Sportivo».


Rimpianti?
«Sì, uno in particolare, o forse l'unico. Quando Corrado Orrico (stagione 1991-92, ndr) lasciò la Lucchese per approdare all'Inter e decise di portarmi con se. Mi ruppi il tendine d'Achille, lui insistette con l'allora presidente Pellegrini («Prendiamolo lo stesso», gli disse ndr), ma non se ne fece nulla. Peccato, a 26 anni poteva essere la grande occasione».
A 16 anni, però, il compianto Gigi Simoni ti fece esordire in serie A in un Udinese-Genoa.
«Era il 7 marzo del 1982, avrei compiuto 17 anni a settembre. Lo ricordo come se fosse oggi, me la facevo sotto dalla paura».


Un predestinato, come Roberto Mancini.
«Non scherziamo, lui fece gol ed io no. Scherzi a parte, il ‘Mancio' fa parte di un'altra categoria».
Sogliano ti vide a Cisterna e Gino Bondioli ti portò a Genova.
«Momenti indimenticabili che non scorderò mai. Devo tutto a Gino. Insieme a me, vennero a Genova, Mario Somma, Gennaro Del Prete e Lanza».
Tornando a Simoni, nei giorni scorsi purtroppo ci ha lasciati. Che ricordi hai di lui?
«Di una persona perbene, di un uomo meraviglioso, di un allenatore che ha lasciato il segno, in maniera positiva, ovunque è andato. Mi ha fatto esordire in A a sedici anni: il resto è noia».


A Lucca, ancora oggi, sei l'idolo di una città intera.
«Ho vissuto sei stagioni in maglia rossonera, togliendomi tante soddisfazioni, non ultima la promozione dalla serie C alla B, centrata anche con la Triestina».
Con il Padova, invece, stagione ‘93-‘94, sei andato in serie A.
«Sì, grande soddisfazione. Feci dodici gol in due stagioni, riuscendo a contribuire in maniera determinante a quella storica promozione».
Non è stata, insomma, una carriera avara di soddisfazioni.
«No, assolutamente. Sono felice di quello che ho fatto. Ripeto, avrei dovuto sfruttare meglio alcune situazioni, soprattutto quando ero a Genova. Non vivo, però, di rimpianti. Oggi mi godo la mia società ed i miei giovani, provando a lanciarli come Gino Bondioli fece con me».