Una bandiera, di quelle che nel calcio, non esistono più, sottoforma di allenatore. Anche perché 369 panchine con il Latina, sono un qualcosa di unico, difficile da raccontare, potresti perderti qualcosa per strada.
Giancarlo Sibilia, oggi responsabile dell'area tecnica del settore giovanile nerazzurro, è questo ed altro ancora.
Da cosa vogliamo partire?
«Dal presente, anche perché con Vincenzo Di Palma siamo già al lavoro per allestire squadre giovanili altamente competitive per la prossima stagione nei regionali».
Noi, però, vogliamo tornare indietro nel tempo. Vediamo un po': 11 maggio 1986.
«La promozione in C2 ottenuta a Mondragone. La ricordo come se fosse oggi. Quella era una grandissima squadra, con gente che amava quella maglia e che aveva un senso di appartenenza».
I 27 gol di Mannarelli fecero la differenza.
«Centravanti vero, ma la squadra giocava per lui e lo faceva bene. Quella era un'Interregionale che oggi se la sognano».
Una promozione arrivata contro tutto e tutti.
«Ad un certo punto della stagione restammo da soli, senza una lira. A prevalere fu lo spirito di squadra, l'attaccamento a quella maglia. Oggi, però, vorrei ricordare Ughetto Masullo: più di un padre per ognuno di noi».
Trecentosessantanove panchine con il Latina. Non sono un po' troppe?
«Sono anche di più, perché non vengono contate quelle con le squadre giovanili. Latina e il Latina sono la mia vita, lo sempre state».
Promozione in C2, poi un terzo posto che grida ancora vendetta l'anno seguente alle spalle di Frosinone e Ischia e una salvezza, nella stagione ‘87-‘88, che ha del miracoloso.
«Avete ragione voi, quel terzo posto grida ancora vendetta, anche perché ad Ischia successe di tutto e di più. Meritavamo di salire insieme al Frosinone, anche perché giocavamo un calcio davvero bello».
E la salvezza con Doto e Garritano, tanto per citare due nomi?
«Mi vengono ancora i brividi, anche perché dopo essere andato via in quella stagione, ripresi il timone della squadra e giocammo un girone di ritorno da record. Tutti ricordano la partita con il Palermo o, magari, quella finale di Siracusa. A me piace, invece, ricordare quella con il Valdiano, terminata 2-2. Giocammo una partita sontuosa, fummo soltanto un po' sfortunati, soprattutto con Montecalvo nel finale. Sapevamo, però, che potevamo farcela e quella salvezza, al termine della stagione, è ancora oggi una delle pagine più belle nella storia del Latina Calcio».
Il giocatore più forte che Sibilia ha allenato?
«Penso a Vincenzo D'Amico e Bruno Conti, ma erano i tempi del Cos Latina. Nel Latina, ce ne sono tanti. Doto, Mannarelli, Morgagni, Polidori, Di Trapano. Piero, che manca davvero a tutti, aveva un talento innato. Avrebbe potuto fare un altro tipo di carriera, è stato un grandissimo».
Sibilia ha vinto ovunque è andato: Latina, Formia, in Sardegna.
«Ogni vittoria ma, direi, ogni singola stagione, ha un sapore particolare. Gli anni di Formia, come quelli in Sardegna, sono stati meravigliosi, ma quelli di Latina, sono la mia vita, il mio cuore ed oggi che sono tornato ad occuparmi di settore giovanile, voglio regalare alla squadra un gruppo di giocatori che capiscano sino in fondo cosa voglia dire indossare quella maglia».