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La storia

Gaeta, Valentina e il “Tamburo Rosso”: musica, impegno e una battaglia che non fa rumore ma lascia il segno

Dai laboratori nelle scuole ai concerti, passando per il sostegno alle donne: “La musica può rompere il silenzio della violenza”

Se decidi di partecipare ad una iniziativa in difesa dei diritti civili, Valentina la incontri. Con il suo tamburo e tanta passione che, messi insieme, non si sa bene perché, fanno molto «sud». E’ così e basta. Anzi no, forse il motivo lo si può trovare da ciò che lei stessa dichiara.

Parliamo subito di «tamburo rosso», il progetto contro la violenza di genere che, in qualche modo, è il suo biglietto da visita. Come nasce?

«Vivere il privilegio di svolgere il lavoro che sognavo di fare, di realizzare ogni giorno la mia vita, ha fatto sì che mi sentissi quasi in obbligo verso il mondo che abito, di dare il mio, seppur piccolo, contributo a rispettarlo, amarlo, a renderlo un posto giusto per tutti. Mossa da questa consapevolezza, sono partita da ciò che sapevo fare, da ciò che avevo: suonare il mio tamburo, cantare per dare voce a chi era stata tolta. Nel 2012, con lo slogan: "La pelle del tamburo è l'unica che puoi percuotere", Tamburo Rosso diede vita a un viaggio meraviglioso e doloroso al tempo stesso. Un percorso fatto di incontri, di vite sfiorate, di ascolti, di sostegno, di tanta musica e solidarietà. Con Tamburo Rosso nasce l’idea che il silenzio a cui sono relegate le vittime di violenza diventi suono, parola e che la musica possa interrompere questo silenzio riempiendolo con la forza del grido, ma anche con la dolcezza di un canto o di una ninna nanna».

E dove può arrivare la musica contro la violenza?
«Non credevo facesse tanta strada e non pensavo di poter mettere le poche cose che so fare al servizio della mia coscienza e di una giusta causa. Così, armata del mio tamburo, che nella tradizione è strumento "femminile", ho iniziato la mia battaglia contro la violenza, l'ingiustizia, la discriminazione, una battaglia che non combatto sola ma con un esercito di valorosi uomini e donne coraggiose, un esercito senza armi che a combattere ci va con tutto l'amore possibile, con l'informazione, la conoscenza e tutta la bellezza dell'arte di cui si dispone. Partendo da un lavoro di ricerca e ripercorrendo repertori e ritmi della tradizione italiana, Tamburo Rosso accende un faro sul ruolo sociale che oggi ha la donna e il suo strumento magico e su come ancora cerchino di interagire ponendo accenti su problematiche di cui l’uomo è vittima e carnefice. Il tamburo diventa culla, scudo, figlio, il bene che scaccia il male. La donna intona parole e accarezza l’anima di chi le ascolta, accogliendo con senso materno la fragilità del mondo intero. Tamburo Rosso porta questa voce in giro per città e per paesi tracciando un percorso nell’universo femminile e in quello del tamburello in cui non c’è posto per la violenza e creando un momento di scambio e sensibilizzazione e lo fa usando diversi canali, comunicativi e formativi. Da qui l’esigenza di intervenire nel sociale utilizzando ogni forma possibile, cominciando dalle scuole per cui Tamburo Rosso svolge laboratori, l’ultimo dal titolo «Allenamento per coscienze consapevoli», un promemoria di educazione all’empatia e poi ancora, organizzando eventi in collaborazione con scrittori, psicologi, per creare dibattiti in-formativi sui temi della violenza di genere ma in modo più amplio sui disagi delle categorie deboli, organizzando mostre fotografiche (esponendo le foto delle tante persone che negli anni hanno partecipato alla campagna di sensibilizzazione di Tamburo Rosso inviando una loro foto con il tamburo) e infine sotto forma di spettacolo musicale».

L’artista con cui farebbe un concerto domani è?
«È l’artista con cui già da anni collaboro, Carmen Consoli, una donna e musicista che ha una visione limpida su queste tematiche e crea momenti di grande verità sul palco e fuori da esso».

A quali concerti (di altri) andrà questa estate?
«Sinceramente ancora non ho programmato concerti a cui assistere, ieri ho portato mio figlio a Roma a vedere lo spettacolo degli Stomp, meraviglioso… l’estate è un memento in cui si lavora tanto e tendo a non fare programmi da disattendere…
Quando c’è da battersi per una causa civile e/o sociale, che sia vicina o lontana, lei c’è. Se le danno dell’attivista si offende?
No, assolutamente, anzi… L’impegno è la base di tutto, oggi sempre più specchio di disubbidienza ma, come diceva Don Tonino Bello, la pace la si ottiene con un impegno attivo, con un cammino spesso in salita. A volte l’impegno è pietra d’inciampo, è essere scomodi, e io sono un bello scoglio!».

Cosa pensa, se è vero, della riscoperta degli strumenti della cosiddetta musica popolare del Sud?
«Io suono uno strumento millenario, magico mi piace dire, il braciere attorno al quale le persone si trovavano, si raccontavano, condividevano fatiche e silenzi, si andava lontano, insieme. Oggi gli strumenti della musica popolare sono cattedre nei Conservatori, io stessa quest’anno mi diplomo in Tamburi a Cornice presso il Conservatorio Tchaicovsky-Arlia di Catanzaro, percorsi di studio che in Italia hanno tardato ad arrivare ma meglio tardi che mai! I tamburelli e le tammorre di oggi sono costruiti da abili artigiani, legni pregiati, accordabili… un’evoluzione che segue i tempi, ciò che non deve mai mancare è l’urgenza del rito, del riconoscersi in qualcosa che sia condivisa e condivisibile dalle persone».

Cosa direbbe ad una ragazzina di 10 anni che vuole imparare a suonare il tamburo?
«A scuola lavoro utilizzando il mio strumento, alle giovani allieve lo presento come un tamburo volante, una possibilità, l’occasione che arriva e può portarti dove vuoi se ci credi, sei determinata e ti impegni. Per me è stato così, il tamburo mi ha scelto e io ho creduto nel suo e nel mio potere magico».

E cosa direbbe ad una donna che non riesce a non può denunciare abusi e violenze?
«Nel 2018 ho pubblicato l’album “Tamburo Rosso: la pelle del tamburo è l’unica che puoi percuotere”, una traccia è “Non ci fermeremo” in cui si invitano le donne abusate a denunciare, a chiamare i numeri specializzati perchè salvarsi è possibile! Ho grandi amiche che lavorano in Differenza Donna, sono stata ambasciatrice di Telefono Rosa, chiamare il 1522 è un primo passo verso mani di donne e uomini pronti ad aiutare».

Questo suo impegno così intenso contro la violenza ha origine da un’esperienza personale o comunque molto vicina a lei?
«Credo che ogni donna abbia provato nella vita quella spiacevole sensazione di disagio, di dover raccogliere ogni forza d’animo e dignità per farsi valere. Vede, prima di un’azione, ci sono parole e prima di queste pensieri… E quando ti arriva quella sensazione è già un campanello d’allarme che va ascoltato. Mi è capitato di fare rinunce per «difendermi», di allontanare persone, uscire da situazioni e dover ricominciare, ma questo non mi ha mai scoraggiata, anzi… E io sono pronta a sostenere chi pensa di non farcela senza cadere nella trappola…».

”Semo più forti noi che le colonne…” dice un verso di So’ nata fortunata. E così è!

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