Il dossier
03.03.2026 - 22:00
Nel 2025 quasi un nuovo assunto su quattro in Italia è straniero. Secondo il report dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre (dati previsionali del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro), le assunzioni di immigrati sfiorano quota un milione e 360.000, pari al 23% del totale. Il balzo rispetto al periodo pre-Covid è particolarmente evidente. Se si confrontano i dati con il 2019, il numero assoluto degli ingressi è più che raddoppiato, mentre rispetto al 2017 l’incremento raggiunge il 139%, evidenziando una crescita strutturale e non episodica della presenza straniera nel mercato del lavoro.
L’incidenza varia sensibilmente a seconda dei settori economici. In agricoltura quasi la metà delle nuove assunzioni riguarda lavoratori stranieri, con una quota del 42,9%. Percentuali molto elevate si registrano anche nel tessile-abbigliliamento-calzature, dove si arriva al 41,8%, e nelle costruzioni, con il 33,6%. Pulizie e trasporti si attestano al 26,7%, confermando una presenza significativa. Guardando ai numeri assoluti, è la ristorazione a guidare la classifica con 231.380 ingressi tra cuochi, aiuto cuochi, lavapiatti, camerieri e addetti alle pulizie. Seguono i servizi di pulizia con 137.330 lavoratori e l’agricoltura con 105.540 nuovi ingressi. Si tratta di comparti in cui la domanda di manodopera è elevata e spesso non trova piena copertura tra i lavoratori italiani.

Insomma, i lavoratori stranieri non rappresentano più una presenza marginale o temporanea, ma costituiscono una componente stabile e indispensabile del sistema produttivo. Secondo un’elaborazione della Fondazione Leone Moressa, i lavoratori dipendenti extracomunitari presenti in Italia sono poco meno di 2,2 milioni. Le regioni con l’incidenza più elevata sul totale dei dipendenti sono Emilia Romagna, con il 17,4%, Toscana e Lombardia, entrambe al 16,6%. Numeri che confermano come il contributo degli stranieri sia ormai strutturale in ampie aree del Paese.
Il primo nodo è di natura demografica. L’Italia invecchia rapidamente e il calo delle nascite riduce progressivamente la popolazione in età lavorativa, mentre cresce il numero dei pensionati. In questo contesto, l’apporto dei lavoratori stranieri contribuisce ad ampliare la base occupazionale e a rendere più sostenibile il sistema economico e previdenziale. Senza il loro contributo, il peso sulle generazioni attive sarebbe ancora più gravoso, con effetti diretti sulla tenuta del welfare.
C’è poi la questione dei settori produttivi. Molti stranieri trovano impiego in ambiti dove scarseggia la manodopera italiana: agricoltura, edilizia, logistica, assistenza domestica e cura degli anziani. In numerose aree del Paese queste attività rischierebbero serie difficoltà operative senza il loro apporto. Non si tratta quindi di una sostituzione dei lavoratori italiani, ma di una presenza che copre posti che spesso resterebbero scoperti, garantendo continuità alle filiere produttive e ai servizi essenziali.
Un ulteriore aspetto riguarda i conti pubblici. I lavoratori stranieri versano tasse e contributi come tutti gli altri, ma, essendo mediamente più giovani, usufruiscono meno di pensioni e prestazioni sociali. Il saldo tra quanto versato e quanto ricevuto risulta positivo, contribuendo alla liquidità del sistema previdenziale.
Sul fronte delle professioni, il report invita a superare l’idea di presunte “specializzazioni etniche”. Le fonti ufficiali classificano i lavoratori per cittadinanza o area geografica di provenienza, non per etnia. Le concentrazioni osservate in alcuni settori sono il risultato di reti migratorie, della domanda locale di lavoro, delle difficoltà linguistiche iniziali o del mancato riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero. Si tratta quindi di processi di adattamento e opportunità, non di vocazioni culturali predeterminate.
Nel complesso, i dati fotografano un mercato del lavoro sempre più interconnesso, in cui la componente straniera rappresenta un elemento essenziale per l’equilibrio demografico, produttivo e previdenziale del Paese. Investire in integrazione, formazione e regolarizzazione non è soltanto una scelta sociale, ma una necessità economica per sostenere la crescita e garantire stabilità nel medio-lungo periodo.
Il punto nel Lazio
Il Lazio si piazza a metà classifica tra le regioni italiane per la percentuale di stranieri assunti, pari al 22,1%. Tra le province laziali spicca Latina che su un totale di 57.050 nuovi ingressi nel mondo del lavoro ha una percentuale del 34,1 di immigrati (19.480). Numeri che collocano la provincia pontina all’ottavo posto in Italia.
Più staccate le altre province: Viterbo con il 26,1% (5.490 stranieri su 21.050 assunti) è 41ª; Rieti è 63ª (1.890 su 8.870, pari al 21,3%) e Roma 64ª (96.660 su 461.730, ossia il 20,9%). Chiude la Ciociaria con 4.760 stranieri su 32.720 (14,5%).
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