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L'intervento

L'ex sindaco Di Giorgi: "La qualità del futuro si misura dalla cultura"

Latina verso il 2032: identità, visione e un domani tutto da costruire

L'ex sindaco Di Giorgi: "La qualità del futuro si misura dalla cultura"

Una panoramica di Latina

Ci sono conversazioni che non finiscono mai davvero. Restano sospese, come linee tracciate nell’aria, pronte a essere riprese anche a distanza di anni. Quelle che ho avuto il piacere di intrattenere con Antonio Pennacchi e con mio fratello Emanuele, oggi uno degli editori più influenti nel panorama nazionale, erano così: incontri fatti di pause, di slanci improvvisi, di ritorni ostinati sulla stessa domanda: che cos’è Latina, davvero, e cosa può diventare.

Quelle conversazioni si allargavano al ragionamento sul racconto, alle nuove forme narrative, ai linguaggi che cambiano: dalla letteratura al fumetto, dalla parola all’immagine, fino alle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale. E’ lì, in quella contaminazione, che si intravede oggi una chiave decisiva per il destino culturale della città.

È nel ricordo di questo dialogo, mai davvero interrotto, che nasce la mia riflessione sul futuro di Latina in vista del suo centenario, nel 2032. Non una celebrazione rituale, ma un passaggio decisivo, un’occasione per interrogarsi su quale direzione imprimere a una città che ha bisogno di un’identità condivisa.
Ricordo ancora il tono con cui Antonio parlava della città. Non c’era nostalgia, ma una forma di appartenenza quasi fisica, concreta. Latina, per lui, non era soltanto un luogo: era un racconto collettivo, una stratificazione di vite, di migrazioni, di fatiche. “Questa città non ha radici profonde,” diceva, “ma ha radici larghe.” Un’immagine potente, che restituisce il senso di una comunità costruita non su una lunga sedimentazione storica, ma sull’incontro di destini diversi, sulla capacità di riconoscersi pur venendo da altrove.
Latina nasce come progetto. Una città pensata, disegnata, realizzata in un tempo rapido, secondo una visione che oggi possiamo leggere con maggiore complessità e distanza critica. La sua architettura razionalista, con le geometrie nette, gli spazi aperti, la tensione verso l’ordine e la funzionalità, rappresenta ancora oggi un unicum nel panorama italiano. Non è soltanto un’eredità del passato, ma una grammatica che può essere riletta, reinterpretata, rimessa in circolo.
Come osservava Italo Calvino, “le città, come i sogni, sono costruite di desideri e di paure”: Latina incarna pienamente questa definizione, sospesa tra l’ambizione di un progetto e la complessità della sua evoluzione reale. E in modo diverso, anche lo sguardo di Pier Paolo Pasolini sulle periferie italiane — luoghi di trasformazione, di identità in formazione — sembra dialogare con la storia di una città che è insieme centro e margine, origine e futuro.
Il razionalismo, spesso confinato a una dimensione storica o ideologica, può allora diventare il terreno di una riflessione contemporanea. Le sue forme, i suoi principi, il suo rapporto con lo spazio e con la funzione possono dialogare con le sfide di oggi: la sostenibilità, la qualità dell’abitare, il rapporto tra centro e periferia, tra individuo e comunità. Latina, in questo senso, ha tutte le carte in regola per proporsi come un punto di riferimento internazionale, un luogo in cui il passato non è un vincolo, ma una risorsa. Oggi le città si affermano grazie alla loro capacità di essere riconoscibili e attraenti nell’immaginario collettivo. Esistono quando sono riconoscibili, quando diventano simbolo: Trento e’ il Festival dell’Economia, Salerno e’ le luminarie, Lucca e’ il fumetto, Giffoni e’ il cinema per ragazzi.
Latina, oggi, non ha ancora scelto cosa essere: trasformiamo questa debolezza in possibilità.
In questa prospettiva, Latina ha davanti a sé una scelta strategica: valorizzare il suo razionalismo, ponendolo alla ribalta internazionale, o proiettarsi verso il futuro dell’innovazione. In realtà, la sfida è unire questi due elementi, tra architettura e narrazione, tra innovazione e immaginazione.
Immaginare un evento distintivo dove il racconto si trasforma in esperienza, che non sia solo calendario ma che diventi simbolo, capace di tenere insieme: arte, architettura, libro, fumetto, innovazione tecnologica. In grado di far vivere Latina non solo nella geografia ma nell’immaginario.
Eppure Latina ha già sfiorato questa possibilità e l’ha lasciata scivolare via. La mancata trasformazione del Garage Ruspi e della ex Banca d’Italia, in polo dell’innovazione rappresenta una delle occasioni più emblematiche perdute. Spazi che avrebbero potuto diventare ciò che oggi, in Francia, e’ Station F, capaci di attrarre talenti da tutto il mondo, di generare imprese, di creare futuro.
In questo percorso, un ruolo decisivo lo devono avere i giovani. Senza di loro, qualsiasi visione rischia di restare incompiuta. Servono spazi ibridi, aperti, contaminati. Luoghi di produzione e non soltanto di fruizione, laboratori urbani, dove cultura, tecnologia e creatività si incontrano. Dove si produce, non solo si consuma, dove non sono spettatori, ma protagonisti.
E’ fondamentale dare ai giovani la possibilità di riconoscersi in una città, dando loro gli strumenti per raccontarla, reinterpretarla, trasformarla. Significa coinvolgerli nella costruzione di una nuova narrazione di Latina, che non sia soltanto ereditata, ma vissuta e reinventata. E nessuno meglio delle nuove generazioni può scrivere questa nuova narrazione della città.
Latina può diventare una “città culturale diffusa” , una piattaforma viva in cui luoghi, persone e idee di connettono. Un sistema capace di trasformare la propria complessità in energia creativa.
Il centenario del 2032, allora, non deve essere visto come un punto di arrivo, ma come una soglia. Non una celebrazione, ma una scelta. Serve una visione, ma serve anche la capacità di tradurla in azioni concrete, in progetti sostenibili, in alleanze tra pubblico e privato, tra istituzioni e società civile.
Latina ha una responsabilità particolare: quella di dimostrare che una città giovane può essere anche una città matura, capace di riflettere su sé stessa, di riconoscere i propri limiti, ma anche di valorizzare le proprie potenzialità. In tale ottica, la cultura non è un ornamento, ma una infrastruttura. È ciò che tiene insieme una comunità, che le dà senso, che le permette di guardare avanti senza perdere la propria identità.
Ripensando a quelle conversazioni con Antonio ed Emanuele, viene quasi naturale immaginare che questo percorso non sia altro che la continuazione di un discorso iniziato tempo fa. Un discorso fatto di domande più che di risposte, di visioni più che di certezze. Latina, in fondo, è sempre stata questo:un progetto aperto, prigioniera del passato, ma capace di dialogare con esso. Non dobbiamo limitarci a celebrare ciò che è stata, ma avere il coraggio di immaginare ciò che può diventare.
Nel mondo contemporaneo, una città esiste davvero quando è riconoscibile, quando diventa attrattore di talento, di visione, di futuro.
Nel 2032, Latina potrà guardarsi allo specchio e riconoscersi non solo per ciò che è stata, ma finalmente riconoscersi in ciò che avrà scelto di diventare.

(Giovanni Di Giorgi -  Ex sindaco di Latina ed editore)

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