Sono ancora quei «maledetti» manifesti elettorali per le comunali di Terracina del 2016 il nocciolo duro del primo processo per mafia in atto contro la famiglia di Armando Di Silvio. Il contatto politico è entrato di nuovo, ieri mattina, dentro la ricostruzione di cosa accadeva nella rete criminale ribattezzata Alba Pontina e che ha come primo imputato Armando Di Silvio detto Lallà, collegato ieri in video con l'aula di Corte d'Assise del Tribunale mentre Agostino Riccardo, il pentito del clan, parlava da altra località in modalità protetta.

Riccardo, interrogato dai pm, ha ribadito il contenuto dei verbali firmati da collaborante di Giustizia tra il 2016 e il 2017, quindi ha ripercorso nuovamente le modalità con cui veniva chiesto denaro per le estorsioni e sul traffico di droga. In particolare si è soffermato sul blitz fatto insieme a Renato Pugliese a luglio del 2016 nel quartiere di Tor Bella Monaca a Roma per truffare la banda legata a Gaetano Moccia cui hanno proposto l'acquisto di 600 grammi di cocaina che poi non hanno pagato. I «romani» li avevano riaccompagnati a Latina facendo da scorta alla droga fino al palazzo in cui abitava Angelo Travali.

Ma poi Pugliese e Riccardo erano riusciti a fuggire con il pacchetto di droga e senza mai più saldare il conto. A Riccardo il pm ha anche chiesto come i Di Silvio avessero reimpiegato il denaro ricavato dalla droga ottenuta con la truffa ai Moccia e il pentito ha ribadito che i figli di Armando Di Silvio avevano acquistato auto di grossa cilindrata al fine di mostrare «alla città» il loro potere e la ricchezza. Le macchine furono comprate presso la concessionaria di Sergio Gangemi che «concesse uno sconto».