Il poliziotto che ha dato la spallata al clan Di Silvio convincendo Renato Pugliese a pentirsi occupa l'intera udienza del processo Alba Pontina che precede la pausa estiva. Tutto sembra normale nell'aula della Corte d'assise: le giovani Di Silvio fanno rumore e disturbano come al solito, il Presidente Gian Luca Soana è costretto a richiamare al silenzio, Armando Lallà è collegato in video dal carcere, come sempre. Ma è un'udienza calda non solo per la temperatura esterna. L'agente della Mobile Mirko Snidaro è un testimone chiave ed è lui che per sette ore, insieme ai sostituti procuratori Claudio De Lazzaro e Luigia Spinelli, ripercorre tappa dopo tappa l'indagine sulla famiglia zingara di Campo Boario, snocciolando tutte le intercettazioni, ripercorrendo gli incontri filmati dalla polizia, i rapporti, le frasi dei figli di Armando Di Silvio incrociate con quelle dei pentiti Agostino Riccardo e Renato Pugliese. Quest'ultimo è stato prima confidente della squadra mobile, al punto che si ipotizza che abbia contribuito all'inchiesta Don't touch che ha portato, tra gli altri, all'arresto del padre, Costantino Di Silvio detto Cha Cha e in seguito, appunto, collaboratore di giustizia. Nel tempo però Pugliese era diventato amico di Snidaro, nel senso che si fidava del poliziotto e ciò avrebbe molto contribuito al pentimento, come lo stesso Renato Pugliese ha detto in aula di recente.

Ecco cosa ha detto, nello specifico: «Io nei due anni che a Mirko Snidaro gli ho fatto da confidente, esattamente da novembre 2014 che facevo il confidente con Snidaro, ma non gli ho mai. .. ho sempre fatto i reati, dal novembre 2014 al 2 dicembre 2016 che mi hanno arrestato, quindi giocavo su più fronti. Anzi l'amicizia con Mirko Snidaro nonostante era vera ed è vera, però io ho sempre fatto il mio lavoro, tra virgolette, e lui sempre il suo». E in effetti la testimonianza di ieri fatta dall'agente ha dimostrato che l'inchiesta Alba Pontina si è snodata all'inizio su una serie di intercettazioni e appostamenti non solo a Campo Boario bensì anche in alcuni luoghi di incontro tra i figli di Armando Di Silvio e le vittime di estorsione, che in questo processo figurano come parti offese. I dialoghi tra Gianluca Di Silvio, Ferdinando Pupetto e le vittime, nonché tra questi, l'altro fratello e Agostino Riccardo compongono un vasto capitolo degli atti di Alba Pontina e ieri in aula sono stati praticamente riletti per cercare di restituire, al millimetro, il clima di intimidazione di cui si sostiene fosse capace la famiglia di Armando Di Silvio. Tra i passaggi cardine c'è il famoso recupero di un credito per la compravendita di un terreno a Sermoneta: i Di Silvio al telefono fecero riferimento alla «necessità» di spaventare i due imprenditori coinvolti. La stragrande maggioranza delle intercettazioni esaminate ieri è concentrata nel mese di settembre del 2016, periodo cruciale perché è in quel momento che si concretizza la raccolta di prove per l'estorsione in danno di un ristoratore, la quale, però, avvenne in un contesto multiforme che svelò rapporti del clan con il mondo imprenditoriale, con l'entourage di Sergio Gangemi e con un ex collaboratore del Latina calcio.