A distanza di quindici anni dai fatti, la Suprema Corte di Cassazione ha posto la parola fine per una delle vicende giudiziarie che vedevano per protagonista una delle famiglie più in vista del clan Ciarelli, quella di Carmine, 54 anni, scampato al tentato omicidio del gennaio 2010. Insieme ai figli Ferdinando e Pasquale, 36 e 38 anni, il capo carismatico del sodalizio criminale di Pantanaccio si è visto respingere definitivamente il ricorso per un caso di usura ed estorsione, epilogo che è valso per tutti e tre la conferma della condanna inflitta dalla Corte d'Appello, ma solo per il secondo reato: per il prestito a strozzo, infatti, è intervenuta la prescrizione.

I fatti risalgono appunto al 2005, quando i tentativi degli imputati di recuperare i soldi prestati a una donna loro conoscente, si erano trasformati in un caso di estorsione, tanto da convincerla a denunciare tutto ai Carabinieri. La difesa dei tre ricorrenti puntava sull'erronea valutazione di elementi emersi a carico della parte offesa, come lacune e contraddizioni, ma anche e soprattutto la circostanza che la stessa vittima avesse avuto rapporti di amicizia con i Ciarelli e insieme a loro abbia commesso anche alcuni reati, come testimoniano i suoi precedenti penali.

Fatto sta che in un caso la malcapitata, per paura delle ritorsioni, si era nascosta a casa di una conoscente: quest'ultima era stata citata come teste dai Ciarelli, ammettendo il rapporto di amicizia tra le parti, ma finendo anche per confermare, ribadiscono i giudici, la ricostruzione fornita dalla vittima. A quanto pare il prestito ammontava a tremila euro, a fronte del quale la donna avrebbe dovuto restituirne cinquemila in un periodo di tempo stabilito tra loro. Stando alla denuncia, poi confermata anche nel corso del processo, i Ciarelli avrebbero preteso, con minacce, anche fino a 40.000 euro, cercando di costringere la donna a cedere loro un appartamento di sua proprietà.