In tribunale
29.07.2020 - 12:00
Gli indiani che sono stati ascoltati nell'incidente probatorio nell'inchiesta sul caporalato hanno tutti cambiato versione dei fatti, sono ritornati sui propri passi e hanno ritrattato, sostenendo di essere stati condizionati nel rilasciare quelle dichiarazioni alla polizia che stava indagando su diversi casi di caporalato nell'azienda agricola alla periferia di Latina dove lavoravano.
Nella denuncia sostengono che gli indiani chiamati a deporre, ben 17, hanno completamente ritrattato quello che avevano dichiarato in un primo momento. I legali Giuseppe Fevola e Nicola Ottaviani, che assistono Roberta Albarello e Luciano De Pasquale, hanno anche impugnato il diniego di una richiesta di libertà respinto dal giudice per le indagini preliminari Giuseppe Molfese e in un lungo ricorso hanno ricostruito i fatti sostenendo, sulla scorta di quello che è emerso nel corso dell'esame, che la circostanza che gli indiani abbiano cambiato versione sia di primo piano per testimoniare l'estraneità ai fatti dei propri assistiti. L'uomo e la donna sono accusati di aver sottopagato e sottoposto ad un clima di grande tensione i dipendenti. Una accusa confermata anche dal Tribunale del Riesame.
In aula invece la versione è stata completamente diversa e alcuni braccianti hanno spiegato che prima la situazione economica e igienica era nettamente migliore rispetto a quella di adesso.
Una ricostruzione opposta invece rispetto alla prima, con diverse integrazioni: gli indiani hanno sostenuto di essere stati in un certo senso indotti a rilasciare delle dichiarazioni, anche con delle minacce relative al permesso di soggiorno. Sono dichiarazioni prive di riscontri che arrivano dai lavoratori e che vengono prese con tutte le cautele del caso come può essere nel corso di un esame che serve a raccogliere una prova da portare poi al dibattimento.
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