Il buongiorno si vede dal mattino anche al pre triage allestito nelle tende in prossimità del pronto soccorso del Goretti. Alle 8 di ieri mattina una lunga fila di automobili era già in fila ordinata dentro e fuori il parcheggio del Goretti. E' il drive in, ma non ci sono pellicole in proiezione, soltanto una lunga calda e snervante attesa per essere sottoposti al tampone laringo faringeo per sapere se si è contagiati o meno dal Coronavirus.  


«Abbiamo cominciato con una fila di 70 automobili - spiega uno degli addetti alla ricezione degli utenti - In questi giorni è una continuazione, si viaggia al ritmo di circa trecento tamponi al giorno».
Fino allo scorso anno avremmo detto che questo è tempo di mare, ma stavolta lo scenario è cambiato e questo scorcio di fine agosto è indubbiamente tempo di allerta Covid. Al mare, gli automobilisti in fila intorno all'ospedale Goretti, ci sono già stati, e adesso, perlopiù di ritorno dalla Sardegna, qualcuno dalla Calabria e dalla Puglia, sono tutti preoccupati, perché temono di essere tornati a casa insieme a un ospite sgradito, l'infezione da Covid.

Non si tratta propriamente di una psicosi, perché in fila al drive in si arriva con una impegnativa del medico di famiglia, e in queste ultime settimane non si trova un medico che dica al paziente «non ti preoccupare, se non hai sintomi stattene tranquillo». Ogni volta che sentono parlare di rientro dalle vacanze, in Italia o all'estero, il ritornello è sempre lo stesso: «Vai farti il tampone». E tutti obbediscono, pur di togliersi dalla testa il dubbio di poter essere veicolo di contagio per familiari, amici e colleghi di lavoro.

A ricevere questo esercito ordinato e silenzioso, capace di starsene anche quattro ore sotto il sole, infilati dentro un abitacolo che si arroventa anche con l'aria condizionata accesa, un drappello di operatori sanitari superorganizzato e veloce, quattro infermieri nel turno della mattina e cinque il pomeriggio.
C'è chi sta seduto davanti al pc a immagazzinare i dati forniti dai «pazienti», chi predispone le schede di ciascuna persona sottoposta al tampone, e poi i due addetti ai prelievi, che danno il cambio ogni mezzora, anche per cambiarsi la tuta di protezione e la mascherina. I guanti li buttano via dopo ogni prelievo. Impiegano non più di tre minuti per effettuare un prelievo col paziente seduto al posto di guida dell'auto in sosta all'ombra delle acacie. Ogni ora mandano via una ventina di persone, ma sono sempre meno di quelle che si aggiungono alla coda di auto che sfoga in via Verdi e torna indietro come un serpente. Alle 10.30 si contano cento automobili in fila.

Alle 12.50 se ne contano 120. A fine giornata se ne sono contati 300.
Chi arriva e si mette in coda dietro altre novanta automobili ha di fronte a sé un'attesa di circa cinque ore. Ma nessuno si arrabbia, nessuno sbraita. Non è neppure rassegnazione. Sembra piuttosto serena consapevolezza: «Ho voluto sfidare la sorte con una vacanza a rischio, adesso spero di esserne uscito indenne». Ma in coda ci sono anche quelli che in vacanza non sono andati, parecchi ragazzi che devono tornare all'estero per studiare, e persone che devono essere ricoverate nei prossimi giorni: anche per loro è necessario il tampone, e qualcuno, alla vigilia di un intervento, non è davvero in gran forma. Ma anche la coda al drive in è un buon sistema per fare training prima del ricovero e dell'operazione.