La «Loas Italia srl» è fuori dalla «white list» istituita presso la Prefettura e nella quale sono inserite le aziende non soggette a tentativi di infiltrazioni mafiose. L'incendio che il 9 agosto scorso ha distrutto lo stabilimento di Aprilia, nel quale esisteva uno stoccaggio di rifiuti, ha fatto emergere nel giro di poche settimane successive una serie di anomalie sulla società. La quale, nonostante tutto, aveva chiesto alla Prefettura di Latina di restare nell'elenco dei fornitori liberi da condizionamenti mafiosi. Istanza rigettata nei giorni scorsi dal Prefetto di Latina, Maurizio Falco.

Stante le indagini ancora aperte per stabilire le cause del rogo, che per giorni ha causato un pesante impatto ambientale nella zona circostante, esiste un pregresso della società che pesa come un macigno. Si tratta dell'indagine «Dark Side» che nel 2017 portò all'arresto di 22 persone, tra le quali uno dei soci della Loas, Antonio Martino, titolare di un pacchetto del 50% delle quote. L'inchiesta, condotta dalla Dda di Roma, competente in materia di traffico dei rifiuti, portò alla luce una prassi di interramento di materiale pericoloso in spregio a qualunque tutela e condotto in maniera sistematica. Tutto ebbe inizio da una «banale» verifica su uno dei camion utilizzati per il trasporto, che venne poi seguito dagli agenti della Polstrada.

La Loas Italia nasce nel 1999 e da allora si è occupata principalmente di trattamento e recupero di rifiuti speciali provenienti dal settore industriale e dalla raccolta differenziata; la maggior parte dei contratti li ha stipulati con aziende private, tuttavia ci sono state forniture anche per pubbliche amministrazioni ed è in questo ambito che incide il diniego del Prefetto, che, per gli effetti pratici, può considerarsi simile all'interdittiva antimafia.