Un pentito di mafia sta aiutando la giustizia italiana a riscrivere la storia della criminalità organizzata siciliana, fornendo rivelazioni che ribaltano i rapporti tra le cosche e alcuni apparati dello Stato, passando per le stragi degli anni Novanta. Si tratta di Pietro Riggio, che ha vissuto per un certo periodo a Latina quando era sotto protezione, e proprio nel capoluogo sarebbe stato intimorito affinché non coinvolgesse, con le proprie dichiarazioni, l'ex presidente degli industriali siciliani Antonello Montante, condannato in primo grado a quattordici anni di reclusione per corruzione. Una vicenda nella quale il collaboratore di giustizia tira in ballo anche l'ispettore Antonio D'Onofrio, suo referente dell'epoca, morto suicida nella Questura di Latina, alla Vigilia di Natale del 2018, in circostanze mai chiarite.

Pietro Riggio è un ex agente di Polizia penitenziaria che per una serie di circostanze ha coltivato relazioni con gli ambienti della criminalità siciliana. Oltretutto era cugino di Carmelo Barbieri, uomo di fiducia di Piddu Madonia a Caltanissetta e considerato tra coloro che smistavano le lettere di Bernardo Provenzano. Arrestato la prima volta nel 1998, Riggio ha deciso di pentirsi dieci anni dopo, ma è solo nel giugno del 2018 che ha iniziato a fare una serie di rivelazioni dirompenti, come quelle sulla trattiva Stato-mafia, sulla strage di Capaci e sul ruolo di Marcello Dell'Utri. Gran parte degli interrogatori sostenuti nella seconda fase della sua collaborazione sono ancora top secret, ma è nel corso del processo d'Appello sulla trattativa Stato-mafia che ha fatto riferimento a quanto gli era successo a Latina nel 2016.

«Ne sto parlando adesso perché hanno fatto di tutto per chiudermi la bocca, io adesso la bocca non la chiudo più e lo dico chiaro, non so se morirò o resterò vivo, ma io quello che avevo da dire l'ho messo a verbale». Sono le parole pronunciate dal pentito Riggio nel corso dell'udienza dell'ottobre scorso celebrata a Palermo, dichiarazioni rese pubbliche grazie all'inchiesta "Le intese inconfessabili" dei giornalisti Pino Finocchiaro e Augusto Piccioni di RaiNews24. «Naturalmente sono stato prima minacciato velatamente da appartenenti allo stato, non dalla mafia. A me la mafia non mi ha mai cercato. Chi mi ha minacciato ha una divisa e appartiene allo Stato...».

Un primo episodio, di quelli rivelati dal pentito, risale alla primavera del 2016, pochi giorni prima dell'udienza del Tribunale di Sorveglianza che deciderà di rimandare Pietro Riggio in carcere, anziché concedergli i domiciliari. In quel periodo vive a Latina con l'identità falsa di Pietro Di Benedetto e si trova nella zona di piazza Buozzi, davanti al Tribunale, quando lo avvicina un personaggio misterioso, poi sparito a bordo di una berlina Bmw. A riguardo Riggio rivela: «Pensavo che mi chiedesse indicazioni stradali, invece d'acchitto mi disse "Lascialo stare a Montante, che cosa ti ha fatto Montante? Non ti ha fatto nulla. Ma perché ti devi mettere in questi guai? Ricordati che il 31 avrai udienza..." e se ne andò».

Poi il collaboratore di giustizia tira in ballo Antonio D'Onofrio, l'ispettore che per molti anni è stato a capo della segreteria di sicurezza della Questura: era lui a gestire i pentiti ospitati sotto protezione nel territorio pontino, ma anche veicolare le informazioni più riservate. A riguardo Riggio spiega: «Le mie rimostranze le feci all'allora referente di pubblica sicurezza che l'8 di giugno, non appena mi accompagnò, perché mi accompagnò lui al carcere... Io dovevo andare a Paliano e la stessa mattina fu cambiata la sede del carcere dove dovevo andare, fui portato a Rebibbia. Già questo fatto mi mise in allarme, perché lui durante il viaggio non ha fatto altro che sollecitarmi nel lasciare perdere Montante, nel non nominare le persone con la divisa, nel non dire nulla di tutto quello che sapevo che estrapolava quello che era di carattere mafioso. E chiuse l'intervento dicendomi "vedi che ti faranno fare la stessa fine di Gioè (trovato impiccato in carcere a Rebibbia nel 1993, ndr)". Il 24 dicembre 2018 l'ispettore D'Onofrio dicono che si è sparato in testa, io non ci credo».

Il pentito Pietro Riggio mette in dubbio che l'ispettore Antonio D'Onofrio possa essersi suicidato, ma in realtà l'indagine sulla sua morte non si discosta dall'ipotesi del gesto volontario. Piuttosto le parole del collaboratore di giustizia sembrano fornire un nuovo spunto per osservare il contesto nel quale Antonio D'Onofrio si è tolto la vita. Non ce ne sono le prove, ma è legittimo chiedersi se l'ispettore di Latina avesse saputo che Riggio aveva iniziato a fornire nuove dichiarazioni a partire proprio dai rapporti con lui: il primo verbale è datato 7 giugno 2018, giusto sei mesi prima del suicidio. Una circostanza che potrebbe avere minato ulteriormente la sensibilità dell'ispettore in un periodo difficile della sua vita.