Il fatto
20.01.2026 - 16:00
La Procura di Latina ha chiuso l’inchiesta che ha permesso di fare luce sulla serie di pestaggi consumati all’interno del carcere di Latina per mano di alcuni detenuti, secondo gli inquirenti arrivati al punto di organizzare una vera e propria rivolta dietro le sbarre coinvolgendo anche gli altri ristretti, col chiaro intendo di esercitare una forma di controllo della gestione della Casa circondariale a loro vantaggio.
Alla luce anche della decisione del Tribunale del Riesame, che ha annullato il reato di resistenza a pubblico ufficiale accogliendo parzialmente le istanze del collegio difensivo composto dagli avvocati Gaetano Marino, Massimo Frisetti, Alessia Vita e Adriana Anzeloni, il pubblico ministero Valentina Giammaria ha definito il quadro indiziario che contesta la partecipazione a una rivolta con atti di violenza e minaccia agli agenti di guardia, ma anche lesioni personali e danneggiamenti da incendio a carico dei sei indagati, come ricostruito dalle indagini della Polizia Penitenziaria.
I principali indiziati, destinatari anche della custodia in carcere che si è aggiunta alle misure restrittive per le quali si trovavano già dietro le sbarre, sono i latinensi Matteo Baldascini, Mattia Spinelli e Nico Mauriello, questi ultimi rispettivamente il leader e un suo fidato collaboratore della piazza di spaccio dei palazzi Arlecchino, ma le indagini hanno coinvolto anche altri tre ristretti, ossia Giuseppe Marcellino di Aprilia, Marius Octavian Nedelcu e Francesco Manauzzi di Latina, quest’ultimo coinvolto nella rissa in zona pub del novembre di due anni fa.
I primi tre sono indiziati appunto di essere stati gli artefici della rivolta e in particolare Baldacchini e Spinelli sono accusati anche di un’aggressione ai danni di un detenuto. Condotte illecite nelle quali hanno contato sul sostegno degli altri tre, coinvolti a vario titolo nei diversi episodi. I pestaggi erano stati molti di più, ma solo uno dei detenuti aveva avuto il coraggio di denunciare, sebbene fosse stato minacciato con pesanti affermazioni come “se parli ti uccidiamo, sappiamo che hai moglie e figli”.
Nel corso della rivolta invece avevano lanciato coperte e altri oggetti incendiati contro uno degli agenti di Polizia Penitenziaria, danneggiato sedie e tavoli della pubblica amministrazione. Era stato necessario anche l’intervento dei corpi speciali per sedare la rivolta all’interno dell’istituto di pena di via Aspromonte e successivamente era stato adottato il trasferimento in altre case circondariali sia per Matteo Baldascini che per Mattia Spinelli alla luce dell’evidente incompatibilità ambientale. Ma anche e soprattutto per vanificare i loro tentativi di manipolare gli altri detenuti, soggiogandoli col chiaro intento di assumere il comando nel carcere.
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