Giudiziaria
10.03.2026 - 17:00
Nessuna minaccia seria, aggressioni ritenute spesso dei battibecchi, tanti non ricordo. L'udienza del processo per la vicenda “chioschi” sul lungomare di Latina, questa mattina ha visto la deposizione di alcune “parti lese”. Chef, ex assessore, un cliente di alcuni degli indagati che nel tempo aveva contratto debiti per droga, padre e figlio titolari di una carrozzeria-meccanico.
E' infatti ripreso il processo nato dall'inchiesta della Dda di Roma sul bando per l'assegnazione delle concessioni a mare, in particolare il primo chiosco che vede come imputati Alessandro, Fabio e Maurizio Zof, Giovanni Ciaravino, Davide Facca, Corrado Giuliani, Franco Di Stefano, Alessio Attanasio, Pasquale Scalise, Ahmed Jeguirim e Christian Ziroli. Un gruppo accusato di usare metodi mafiosi per imporre il proprio controllo su diverse attività e di portare avanti, parallelamente, anche altri tipi di attività illecite come lo spaccio e le estorsioni. E di farlo con il potere della violenza e delle intimidazioni. E' quanto sostiene in aula il pubblico ministero della dda di Roma, Francesco Gualtieri che oggi ha incentrato l'escussione di alcuni testi sugli elementi che per gli inquirenti proverebbero il potere intimidatorio del sodalizio e la reticenza, l'omertà delle possibili vittime che a distanza di qualche anno, bisogna sottolinearlo, ricordano poco e se ricordano ritengono alcuni fatti decisamente meno pesanti e gravi di quando invece venenro sentiti dagli investigatori. Ad esempio uno chef che aveva provato a prendere parte alla gara per l'affidamento del chiosco con due imprenditori, venne aggredito davanti ai “Gufi”, ma in aula la definisce una “ragazzata”. Qualcuno non sapeva nemmeno chi fossero i Zof, qualcun altro avrebbe appreso del loro coinvolgimento in attività quanto meno sospette, solo dai giornali. La testimonianza più sorprendete è quella che in teoria si era detta vittima di estorsioni e minacce per debiti di droga che nella passata udienza non si era presentato e oggi era stato accompaganto coattivamente dai Carabinieri. Aveva detto che un debito di 80 euro non saldato era lievitato fino a 1.000, aveva detto che Ciaravino lo aveva aggredito a casa, che aveva devastato il giardino nonostante la presenza del figlio piccolo. Voce rotta, mani tremanti, e un continuo non ricordo. Non solo. E' arrivato a definirsi <fuori di testa>, ha detto che in quegli anni <aveva paura di tutto e di tutti> quando il Pm gli ha chiesto se aveva paura di Zof, Giuliani, Ciaravino ecc. <Dovevo soldi a tutti>, <Ho avuto dissidi con tutti quelli a cui dovevo soldi, ma non ricordo episodi in cui sono stato aggredito>. Il Pm gli contesta quanto denunciato in fase di verbalizzazione dagli agenti e lui sminusce ogni episodio, anzi arriva a prendersi la responsabilità delle reazioni degli imputati: <Non gli rispondevo al telefono, è normale fosse arrabbiato> oppure nel spiegare uno schiaffo ricevuto: <Gli avevo risposto male>. <In quell'epoca ero fuori di me> ha aggiunto per cercare di spiegare come mai oggi in aula dichiara cose molto diverse dalla denuncia. Ad un certo punto quando il Pm della dda gli ha ricordato che era sul banco come vittima, lui ha risposto: <Sono vittima solo di me stesso, non di altri>.
A questo punto sia il Pm che il collegio penale Sinigallia-Brenda-Naldi hanno ricordato che la reticenza e la falsa testimonianza sono cose piuttosto gravi. Insomma, le presunte vittime hanno faticato a confermare il potere intimidatorio del gruppo di Zof, il Pm ha cercato anche di far emergere il comportamento degli Zof dopo aver chiesto la riparazione di un'auto a due meccanici, un lavoro per 600 euro saldato solo in parte. <Perché avete deciso di non chiedere il pagamento per intero? Perché rinunciare a dei soldi?> ha chiesto il Pm aggiungendo se entrambi conoscessero le identità dei soggetti che gli avevano portato la Smart. Non sarebbe stata la caratura criminale degli Zof, ma il desiderio di non impelagarsi in questioni legali per meno di 200 euro da recuperare. Anche la presidente del collegio ha dovuto chiedere: <Ma se io le porto la mia auto, lei mi dice che il lavoro costa 500 e io le pago 300 poi quei soldi non me li chiede più?>. Anche il figlio ha riferito cose simili affermando di non aver più chiesto i soldi solo per non avere più alcun problema. Alla fine il processo terminato poco prima delle 15, è stato aggiornato al 12 maggio per ascoltare gli ultimi testi dell'accusa.
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