Il punto di partenza è 23 dicembre 2016: la data di uccisione alla stazione di Milano di Anis Amri, l'attentatore di Berlino. Dai tabulati telefonici è stata ricostruita una rete di conoscenze e di contatti che portava anche in provincia di Latina, dove il tunisino ha dimorato. Così è stato possibile per gli inquirenti far luce su un rilevante fenomeno di radicalizzazione islamica, fronteggiata grazie «all'attenta e costante opera di vigilanza e prevenzione attuata dalle forze dell'ordine - ricorda il gip - di concerto con la Procura».
Quel che emerge dall'ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice De Robbio rivela un contesto complesso anche in provincia. Tutto è partito da Amri. Dopo la sua morte, grazie a indagini sul terrorista avviate anche in ambito internazionale, è stato scoperto che lo stesso aveva fatto ingresso in Europa nel 2011 ed era stato ristretto in carcere dal 2011 all'estate del 2015 per reati «a base violenta». «Sono stati dunque approfonditi i contatti intrattenuti dall'Anis Amri nel periodo predetto - scrive il gip - e si è potuto riscontrare che, a partire dal periodo in cui questi era stato presente e fino ai giorni nostri, molti cittadini provenienti da paesi arabi dimoranti nella provincia di Latina avevano subito un processo di radicalizzazione aderendo all'ideologia proprugnata dall'Isis e - si legge nell'ordinanza - al suo proposito di realizzare atti di terrorismo nel nostro paese».