Arriva una nuova pietra miliare riguardo agli abbattimenti degli edifici costruiti senza alcun titolo edilizio sul lungomare di Ardea, che prima del 1970 faceva parte del territorio di Pomezia. Il Consiglio di Stato, infatti, ha respinto il ricorso dei proprietari di un'abitazione - acquisita per via ereditaria -, che chiedevano di annullare la sentenza del Tar del Lazio attraverso cui veniva confermata l'ordinanza del Comune con la quale era stato intimato l'abbattimento della casa presente sul Lungomare degli Ardeatini.

Nello specifico, i giudici hanno rimandato al mittente tutte le contestazioni, in primo luogo quella riguardante l'epoca di costruzione della casa, che secondo i ricorrenti era risalente al 1953, quando non occorreva alcun titolo edilizio per realizzare un immobile al di fuori del centro urbano e quando non era in vigore il vincolo paesaggistico sull'area compresa fra la foce del Tevere e Torre Astura. Innanzitutto, i ricorrenti «nel corso del giudizio di primo grado non hanno fornito elementi idonei a comprovare la preesistenza del manufatto, nella sua attuale consistenza, rispetto all'entrata in vigore della legge 6 agosto 1967, numero 765». L'unica datazione in merito si rileva nella domanda di sanatoria, presentata dalla vecchia proprietaria nel 1985 e negata nel 2011 - con una determina dirigenziale che ha preceduto l'ordinanza impugnata, ndr -, attraverso la quale si asseriva che l'opera era stata realizzata nel 1964. Un periodo, dunque, successivo all'istituzione del vincolo paesaggistico, dichiarato il 22 ottobre 1954. «Le stesse fotografie aeree della zona interessata allegate dai ricorrenti, risalenti al 1955 ed estratte dall'archivio del ministero per i Beni e le Attività culturali - si legge nella sentenza -, riproducono un'area intonsa e priva di costruzioni (altre foto prodotte non sono datate e, comunque, rappresentano strutture alquanto diverse dalla costruzione per la quale era stato chiesto il condono)».

C'è dell'altro. Replicando alla contestazione relativa a una presunta disparità di trattamento, da parte del Comune, per quanto riguarda i condoni concessi o meno lungo il litorale, i giudici del Consiglio di Stato citano testualmente la determina dirigenziale con cui si nega la sanatoria, attraverso la quale si evidenzia la prevalenza dell'interesse paesaggistico rispetto a quello urbanistico: «L'edificio fa parte di una serie di costruzioni, realizzate tra la spiaggia e il lungomare, che compromettono sia l'accessibilità che la percezione del panorama marino. Questi edifici costituiscono […] grave danno paesaggistico in quanto alterano le caratteristiche morfologiche e naturali del luogo, facendogli perdere la propria identità fisica. L'impatto della realizzazione edilizia, nel contesto disturbante di diffusa fabbricazione, ha carattere invasivo tanto da determinare la compromissione non solo della percezione paesaggistica da parte della collettività, ma anche - si legge nelle carte - lo stravolgimento dell'armonia e naturale bellezza del paesaggio e dell'ambiente circostante».

Dunque, allo stato attuale, pare non esserci altra strada se non quella della demolizione della casa vista mare.