Dopo l'arresto di Patrizia Caschera, l'assistente capo di 55 anni della Polizia Penitenziaria che nascondeva in casa un arsenale di quattro pistole e munizioni, le indagini della Squadra Mobile si muovono su due fronti diversi per inseguire lo stesso obiettivo: risalire alla persona, o meglio alla banda, che aveva affidato in custodia le armi alla poliziotta. Mentre si attendono i risultati della scientifica sulla balistica e sulle eventuali tracce di dna lasciate da coloro che hanno maneggiato le semiautomatiche, sono scattate le indagini tradizionali per individuare il contesto criminale nel quale si inserisce il ruolo della donna finita venerdì mattina in carcere da detenuta, questa volta non per lavoro.
Gli investigatori del vice questore Carmine Mosca stanno scavando tra i contatti di Patrizia Caschera nutrendo la convinzione che, i veri proprietari delle quattro pistole di provenienza illecita, si nascondano tra le sue frequentazioni o comunque tra le persone a lei più vicine. Quel ruolo di custode, infatti, non può che essere cementato da un rapporto di assoluta fiducia reciproca: decidendo di affidare un arsenale del genere a un appartenente alle forze di polizia, quindi al di fuori di ogni sospetto e soprattutto estraneo a qualsiasi contesto criminale, il sodalizio coinvolto aveva l'interesse di minimizzare il rischio che le armi venissero scovate. Al tempo stesso la poliziotta doveva essere sicura che non l'avrebbero tradita se ha spalancato le porte di casa alla malavita locale, tra l'altro rischiando il posto di lavoro.
Durante la perquisizione nel suo appartamenti di via Giustiniano, nella zona dell'ex Villaggio Trieste, la donna si è limitata a dire che non aveva mai aperto quella borsa e, incalzata dalle richieste di chiarimento degli investigatori, che nessuno la pagava per conservare un fagotto tanto "ingombrante". I detective della Questura non le credono, anzi sono convinti che, oltre al rapporto di fiducia, chi l'ha scelta per custodire l'arsenale frequenta abitualmente o addirittura vive nella stessa zona della città. È la logica a suggerirlo, perché così facendo il sodalizio criminale poteva controllare la "retta", come si chiamano in gergo certi ruoli, ma soprattutto poteva tenere le armi a portata di mano.
Del resto se una banda ha la necessità di dotarsi di armi simili, vale a dire un potente revolver calibro 45 e uno più piccolo calibro 22 oltre a due pistole calibro 9 con tanto di silenziatore, per forza di cose deve essere in grado di poterle recuperare e impugnare in tempi rapidi. E la circostanza che oltre alle semiautomatiche siano stati trovati anche i prodotti per la loro pulizia, sembra suggerire che siano state maneggiate più volte dopo la consegna alla custode. Per questo gli investigatori sono fiduciosi sulla possibilità che gli specialisti della Polizia Scientifica possano trovare tracce organiche, utili per risalire all'identità di coloro che le hanno toccate se i loro profili genetici sono stati censiti, o lo saranno successivamente, negli archivi delle forze dell'ordine.
Alla stessa maniera, visto che a custodire l'arsenale era una persona al di fuori di ogni sospetto, in Questura sono fiduciosi anche sull'ipotesi che quelle armi possano essere state utilizzate negli anni passati per commettere crimini, come intimidazioni o ferimenti. Potendo contare su un nascondiglio tanto sicuro quanto inaspettato, il sodalizio criminale potrebbe avere compiuto la leggerezza di tenere le pistole dopo avere fatto fuoco, anziché disfarsene come invece vuole la consuetudine: se così fosse, gli esperti di balistica potrebbero rivelare la paternità di bossoli e ogive recuperati sulla scena di qualche crimine.