Ha 47 anni ed è madre di tre ragazzi di 14, 13 e 10 anni. Lo scorso 8 novembre ha vissuto in prima persona lo sgombero degli appartamenti del complesso residenziale di viale Bruxelles, meglio conosciuto come Colosseo, anche se per lei c'è stata una proroga, vista la particolare situazione vissuta. Lei, come tanti altri, aveva occupato abusivamente un appartamento, ed è prossima a dover lasciare la casa, come già hanno fatto tante famiglie, perché aveva commesso un illecito. Ma dietro a questo illecito si cela una storia, a tratti struggente, che seppur unica, è simile a tante altre raccontate da chi vive quella crisi chiamata "emergenza casa".
«Sono stata costretta ad occupare», spiega la donna, che racconta le vicissitudini che l'hanno portata a commettere l'illecito. La sua storia ha inizio circa otto anni fa, dopo aver subito violenze psicologiche e fisiche che l'hanno portata a rivolgersi ad un centro antiviolenza, per poi passare a case rifugio, aule di Tribunale e servizi sociali. «Ne esco dolorante ma comunque in piedi», racconta la donna, che subito dopo ha preso un'abitazione in affitto, poiché lavorava in una clinica privata come infermiera. Poi il dramma è ricominciato: gli stipendi iniziavano ad arrivare sempre più in ritardo, tanto da non riuscire più ad essere regolare con il pagamento dell'affitto. I servizi sociali l'hanno aiutata con un contributo finalizzato, ma purtroppo non era sufficiente. Così è iniziata la procedura di sfratto, a cui seguì la proposta dei servizi sociali: le sarebbe stato concesso il dormitorio a patto che i figli fossero stati lasciati da un parente o un amico. Una proposta che la donna non ha potuto accettare.
«A quel punto decisi di occupare un ufficio ex Inpdap, oggi Inps, in disuso da 25 anni - spiega la donna - Lo feci andando contro ogni mio principio ma non avevo altre soluzioni. Grazie ad una catena di solidarietà ho potuto avere numerosi mobili che mi hanno permesso di rendere quell ufficio abitabile. Era diventato il nostro nido anche se sapevamo che prima o poi saremmo dovuti andare via».
Insieme ai suoi figli, la donna ha visto con i propri occhi lo sgombero, che fortunatamente ha solo momentaneamente evitato. «L'8 novembre, al nostro risveglio, sotto casa c'erano macchine della polizia, carabinieri, Finanza, vigili urbani, vigili del fuoco, la maggior parte in tenuta antisommossa - prosegue la donna - Ho dovuto dire ai miei figli di preparare velocemente panni e libri e li ho fatti venire a prendere immediatamente dal padre per evitare che vedessero l'incursione in casa. Ma il danno era già stato fatto. Per me è stato decisamente un trauma. Mi sono sentita una madre sbagliata che non sa dare stabilità ai propri figli».
La donna, come lei stessa ha sottolineato, ha fatto richiesta una casa popolare ben sette anni fa, ossia quando sono iniziati i problemi, risultando 28esima in graduatoria. Ma così come hanno dichiarato tante altre persone (e non solo tra quelle legate allo sgombero del "Colosseo"), vista la lunga attesa e l'assenza di un tetto sopra la testa, è stata costretta ad occupare una casa, perdendo punti in graduatoria. E ora, non le resta che raccontare una storia a tratti struggente, perché di soluzioni, purtroppo, non ne ha viste in passato e non ne sta vedendo neanche ora.