E' stata una campagna di attacchinaggio abbastanza produttiva quella delle comunali del 2016 per i «ragazzi» del clan Di Silvio. Venticinquemila euro intascati da un candidato sindaco di una lista civica in corsa a Terracina; trentasettemila euro versati da un imprenditore di Latina che teneva molto al successo di un candidato, un suo commercialista, al consiglio comunale del capoluogo.
In tutto, se dobbiamo fidarci della memoria di Agostino Riccardo, all'epoca uomo di fiducia della famiglia Di Silvio e addetto alle estorsioni e al recupero crediti, oggi collaboratore di giustizia, il gruppo criminale era riuscito ad intascare sessantaduemila euro per attaccare i manifesti, per garantire che non venissero coperti da quelli di altri candidati, e anche per acquistare voti al prezzo di cento o centocinquanta euro per ogni preferenza. Riferisce il pentito che l'imprenditore Raffaele Del Prete lo avrebbe convocato per parlargli della compravendita dei voti e per manifestare la sua disponibilità a pagare anche cento o centocinquanta euro a voto. «Io gli promisi duecento voti - riferisce Riccardo - sbilanciandomi». Si capirà più avanti, dalle successive dichiarazioni, il perché di quello sbilanciamento, che avrebbe il sapore di una cosa comica se non fossimo alle prese con una vicenda gravissima che vede un pezzo di politica affidarsi mani e piedi a una banda di criminali. Lo stesso Agostino Riccardo avrebbe detto al pm De Lazzaro nell'interrogatorio del 16 luglio 2018, che in entrambe le vicende, quelle di Terracina e Latina, lui e i Di Silvio si sono spartiti i soldi con cui avrebbero dovuto comprare i voti.
«I soldi ce li siamo tenuti, venti o trenta persone a Campo Boario hanno votato il candidato, ma non li abbiamo mai comprati». E infatti, riferisce Agostino Riccardo, il giorno successivo allo spoglio dei voti, sia il candidato sindaco della lista civica a Terracina (non eletto), che l'imprenditore pontino che aveva voluto sostenere un candidato della Lega, si erano lamentati perché le elezioni erano andate male. L'unico risultato ottenuto dunque, è stato quello di essere finiti con tutte le scarpe dentro una vicenda giudiziaria che potrebbe anche virare al peggio.
E a fare la differenza, aggiungendo quello che manca dalle dichiarazioni dei due pentiti Renato Pugliese e Agostino Riccardo, potrebbe essere l'imprenditore Del Prete, che secondo i due collaboratori di giustizia avrebbe corrisposto loro 37 mila euro.

Le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia riaccendono la polemica sui rapporti tra il mondo della politica di Latina e ambienti legati al clan Di Silvio. Dopo le dichiarazioni di Renato Pugliese, già apparse nell'inchiesta Alba Pontina, ora tocca ad Agostino Riccardo raccontare cosa avveniva durante le elezioni del 2016 nel settore dell'attacchinaggio elettorale. Dai verbali poi emergono anche presunte compravendite di voti da parte di candidati consiglieri poi non eletti, come Roberto Bergamo. Nel turbine dei sospetti, in particolare, finisce il movimento Noi con Salvini, che poi darà vita a quella che oggi è la Lega in provincia di Latina. 

Il pentito Agostino Riccardo racconta di aver operato l'affissione di manifesti elettorali il giorno prima del voto del primo turno elettorale nel 2016. In quel modo, a Latina e Terracina, sugli spazi consentiti erano presenti i manifesti di Noi con Salvini. 

Ovvio che l'accostamento della Lega al mondo del clan Di Silvio abbia scatenato una ridda di reazioni nel mondo della politica pontina e nazionale, con richiesta di spiegazioni ai vertici nazionali e provinciali della Lega rispetto a questi rapporti. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti è intervenuto chiedendo "a Matteo Salvini di fare subito chiarezza su questa vicenda".  Il sindaco di Latina Damiano Coletta ha detto: "Non va abbassata la guardia, le collusioni e contaminazioni vanno combattute sempre perché non mettono a rischio soltanto il principio di legalità ma producono un danno alla vita civile della nostra comunità". Chi difende la Lega e anche se stesso è il capogruppo regionale del Carroccio Angelo Tripodi, che era candidato sindaco nel 2016 e nelle cui liste era candidato Roberto Bergamo. "Non mi vergogno nel rivelare che nel 2015-2017 ho avuto problemi lavorativi. Si smontano così queste ricostruzioni fantasiose'. Non ho nulla da temere e tutti sono a conoscenza: la mafia mi fa schifo; ho combattuto sempre e sono distante anni luce dal modus operandi degli zingari di Latina; ho militato sin da ragazzo con onestà, tanti sacrifici e soprattutto senza risorse economiche; in più non ho mai conosciuto e avuto rapporti con questi personaggi né con i delinquenti! Non c'è nessun avviso di garanzia, ma abbiamo fiducia nella magistratura e siamo convinti debba andare fino in fondo". 

di: La Redazione