Tra gli affari della famiglia di Armando Lallà Di Silvio non c'era solo lo spaccio di droga, ma anche l'usura applicata sui debiti contratti dagli acquirenti. Un'usanza molto radicata tra i sodalizi dediti al traffico di droga, ma nel caso del clan di Campo Boario a fare la differenza erano soprattutto i metodi violenti utilizzati per il recupero dei crediti.
«Il gruppo Di Silvio si occupa anche di usura, in realtà è Armando che vende soldi applicando il tasso d'interesse del 30% al mese - sono le parole utilizzate dal collaboratore di giustizia Agostino Riccardo per descrivere questo fenomeno - A lui interessava quello che Armando chiamava "il lavoro", quello cioè a cui si dedicava quando uno degli usurati ritardava il pagamento». La metodologia descritta dal pentito, poi, è sintomatica del metodo Di Silvio, votato all'aumento del credito in maniera esponenziale. «Al primo approccio Armando in caso di ritardo era diplomatico, mostrava comprensione, faceva però lievitare il debito - spiega appunto Agostino - Quando il debitore continuava a non pagare, passava alle umiliazioni, poi alle minacce e alla violenza. A tale ultimo fine si avvaleva sempre di noi, anche se io personalmente non ho mai agito». Insomma, Armando si mostrava clemente in un primo momento agli occhi dei debitori con l'obiettivo ben preciso di prolungare i ritardi.
«Ricordo in una occasione, uno dei debitori di Armando, OMISSIS, un pregiudicato di Latina - entra nello spefico Agostino - che non aveva ottemperato al pagamento venne picchiato da Samuele a bastonate per almeno cinque minuti in mia presenza. Ciò è accaduto vicino alla stalla dell'abitazione di via Muzio Scevola».
A farne le spese però erano anche gli stessi affiliati, compreso Agostino Riccardo che in un caso aveva contratto un debito proprio con Lallà. I proventi delle attività illecite condotte, infatti, venivano bruciate in pochi giorni dall'attuale collaboratore di giustizia, che si è detto particolarmente dedito in quegli anni al consumo di cocaina come al gioco compulsivo nelle sale slot. «Il mio debito con Armando derivava da un prestito usurario. Mi prestò 7.000 euro nel mese di giugno o luglio del 2016 e gli avrei dovuto restituire 10.000 euro dopo 15 giorni. Me li consegnò a via Muzio Scevola in contanti e li prese nella camera da letto la moglie» ricorda il pentito citando appunto l'esperienza vissuta in prima persona.
In un'altra circostanza già descritta tra le carte dell'inchiesta Alba Pontina, sempre Agostino Riccardo si era ritrovato con un debito da pagare alla famiglia di Lallà perché si era rifiutato di restituire alcune dosi di cocaina sottratte a Gianluca Di Silvio. Il recupero del credito si era trasformato in una vera e propria ritorsione: il figlio di Lallà gli aveva tolto una macchina, restituita solo quando il padre di Agostino aveva coperto il debito. Secondo gli inquirenti quello era un comportamento sintomatico dell'associazione per delinquere di stampo mafioso, adottato per mette in chiaro «come anche gli appartenenti alla consorteria dovevano attenersi alle regole di correttezza all'interno del sodalizio, quale manifestazione dell'obbligo di fedeltà» scrivevano i magistrati nell'ordinanza di custodia cautelare.