La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso promosso dall'avvocato di un 35enne tunisino arrestato nel 2017 e ritenuto vicino all'organizzazione terroristica "Ansar al-Sharia", collegata all'Isis.

In particolare, i supremi giudici hanno reso definitiva la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione inflitta dalla Corte d'Assise d'Appello di Roma: nel processo era stato contestato il reato di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico, con l'aggravante della transnazionalità.

In altri termini, l'uomo fin dal 2011 aveva messo in atto una attività di istigazione nei confronti di tante persone che condivisero con lui la detenzione in carcere, finalizzata a consentire l'affiliazione all'Isis.

Si tratta di una storia emersa quasi tre anni fa, con i primi sentori relativi ai contatti con i terroristi datati 2014 e con la genesi del tutto che viene individuata nella detenzione dell'uomo all'interno del carcere di Velletri, datata 2011: era stata la moglie dell'uomo a riferire come l'uomo avesse subito un processo di radicalizzazione religiosa all'interno del penitenziario di Lazzaria, entrando quindi in contatto con gli ambienti dell'integralismo di matrice jihadista, «del quale - si legge nella sentenza della Cassazione - condivideva l'impostazione ideologica e religiosa, che contribuiva a diffondere sia personalmente, sia avvalendosi dei mezzi di comunicazione telematica di cui disponeva».

Infatti, è nel computer dell'uomo che le forze dell'ordine trovarono la conferma della sua vocazione al terrorismo, ma anche nel materiale ritrovato in casa sua, fra cui una bandiera dell'associazione terroristica "Ansar al-Sharia".

Secondo l'avvocato dell'uomo, però, le sentenze di primo grado e d'appello erano sprovviste «di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto delle ragioni che imponevano di ritenere sussistenti gli elementi costitutivi della fattispecie ascritta all'imputato» rispetto all'adesione all'associazione con finalità di terrorismo.

Per i giudici, però, il ricorso è infondato in quanto i comportamenti del tunisino non erano solo «mere manifestazioni del pensiero», ma si configuravano come «apologetici» e in grado «di provocare l'immediata esecuzione di delitti contro la personalità dello Stato o quantomeno ne rendevano altamente probabile la commissione in un futuro più o meno prossimo».

Alla conferma della condanna sono stati associati il pagamento delle spese processuali e la rifusione delle spese in favore delle parti civili, ossia la Presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno.